Stasera affronteremo il Celtic a Glasgow. Si tratta di Champions, di una gara decisiva per il passaggio agli ottavi. Dovrei essere carico, emozionato, impaziente. Invece, scorrendo la classifica di campionato, noto con orrore che il fanalino di coda dista soltanto cinque punti da noi. E realizzo che della Champions, in questo momento, m’importa pochissimo. Insomma, ora come ora sono più portato a pensare ai nostri guai piuttosto che ad una competizione comunque distante anni luce dalla nostra portata.

Il Milan è una grande squadra, su questo non ci piove. Lasciamo stare che in questo momento tale squadra sia guidata da un allenatore in grandissima difficoltà, bistrattato, sul piede di partenza quindi delegittimato; e lasciamo stare che essa appartenga ad un proprietario perennemente in altre faccende affaccendato; e lasciamo stare che vi sia in corso un caotico avvicendamento ai vertici societari. Il Milan, per blasone, seguito e fatturato resta in ogni caso una grande squadra. Il problema però è che una grande squadra, quando è costretta ad affrontare situazioni a cui non è psicologicamente preparata, trova molte più difficoltà rispetto ad una cosiddetta provinciale ad uscire dalle sabbie mobili di una  crisi di risultati. Circostanze come queste potrebbero diventare estremamente pericolose se venissero sottovalutate. In questi casi occorrono una guida tecnica autorevole, nervi saldi, idee chiare, unità d’intenti ed un ambiente sereno. Tutte qualità di cui al momento siamo evidentemente sprovvisti.

I nervi saldi, le idee chiare e l’unità d’intenti si possono trovare all’interno della società. I giocatori possono stringere un patto e decidere di far prevalere l’orgoglio, quello di una rosa che, per quanto non stratosferica, di certo non può considerare se stessa inferiore a quelle di Verona, Genoa, Torino eccetera. Le parti della società in guerra fra loro possono concedersi una tregua, fare chiarezza e, da buoni amici e per il bene del Milan, decidere di collaborare fino al cambiamento previsto per la fine della stagione. Fatto ciò, la serenità dell’ambiente, specie quello ultras improvvisamente riscopertosi in possesso dell’arma della contestazione accesa dopo anni di “amori non belli se non litigarelli”,  verrebbe poi da sé.

La guida tecnica autorevole, ahinoi, quella non la si può trovare all’interno della società. Ho sempre difeso Massimiliano Allegri, tecnico poco amato persino nell’anno dello scudetto perché non faceva giocare Didac Vilà, perché era spettinato, perché non bucava il video in conferenza stampa, perché, perché, perché… Tuttavia è lampante che il suo meglio, poco o tanto che sia, questo allenatore l’ha già mostrato. Egli non potrà cambiare se stesso né la situazione che – anche per colpa sua – si è venuta a creare. Occorre cambiare allenatore al più presto, scuotere una squadra ormai assuefatta ai metodi di un tecnico magari bravo a condurre una macchina ben funzionante fino al traguardo, che può essere un primo come un terzo posto a seconda della qualità della rosa, ma scarso nell’affrontare gli ostacoli che si susseguono allorché le cose non filano del tutto lisce. Sono stufo della serenità di Allegri. In questo momento la squadra, al contrario dell’ambiente,  non ha bisogno di serenità, ha bisogno di qualcuno che le dia una svegliata. Che la pungoli nell’orgoglio, che la faccia incazzare. E mi pare più che evidente che non possa essere Max a farlo.