Sono  tornato  l’altro ieri dalle vacanze, annerito dal sole tropeano e bollito come un cece. Ma riposato. Laggiù, nell’affascinante Calabria, avevo poco tempo e ancor meno voglia di seguire le manovre milaniste; ciononostante, qualche minuto per una rapida occhiatina al blog l’ho sempre trovato. Ci sono state interessanti discussioni su cui non ho detto la mia. Non che siano di vitale importanza le mie osservazioni, ci mancherebbe altro, ma ve le beccate comunque.

Lo stadio nuovo: ritengo che la politica tenterà di mettere i bastoni fra le ruote al progetto, che però alla fine si realizzerà; certo, il ritardo è grave, bisognava avere già provveduto dai tempi politici in cui Silvietto, se solo avesse voluto, avrebbe potuto far erigere in Piazza Duomo una gigantesca scultura raffigurante il suo pacco, ma, come si suol dire, meglio tardi che mai. Non sono di Milano e non posso conoscere le problematiche e i disagi che potrebbero subire gli abitanti e gli esercenti della zona Portello, tuttavia posso comprenderne le perplessità. Ma quando si tratta di Milan un po’ di sano egoismo è d’obbligo, per cui me ne strafrego: spero che lo stadio si faccia al più presto. Poi ci sarebbe il discorso “Meazza”, ma mi sembra prematuro farsi pervadere ora da future nostalgie e sentimentalismi.

Il post di Betisquadra è stato estremamente divertente. Ho sorriso quando ho preso atto della sua intenzione di rivolgersi alla futura progenie chiamandola “figlio”, mi ha ricordato un po’ Darth Fener ne “L’Impero Colpisce Ancora”. Mi sono invece letteralmente spanciato sotto l’ombrellone, attirando anche l’attenzione di qualche bagnante timoroso di una mia insolazione, sulla domanda: “Ah quello che è morto mentre mangiava al ristorante?”. Strepitosa.

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Adesso posso dirlo: con quella cresta e quelle sopracciglia facevi cagare

L’addio di El Shaarawy: il Faraone ha intrapreso lo stesso percorso di Pato, ritiratosi mentalmente anni fa dal calcio professionistico. Non do retta come sapete agli spifferi e alle dicerie su dolce vita e altre faccende più gravi, a me piace sempre basare i giudizi su ciò che è evidente o di cui ho conoscenza certa.  Non so quindi se il ritiro virtuale dal calcio lo abbia deciso il cervello di Stephan, il suo fisico o entrambe le cose, ma i fatti parlano chiaro: un grande girone d’andata che si perde ormai nell’alba dei tempi è pochino per versare lacrime su una cessione così economicamente vantaggiosa. Vantaggiosa anche con le clausole di cui ho letto, quelle sul numero di partite che riuscirà a disputare il calciatore: liberarsi di un peso morto è sempre un vantaggio, da qualsiasi angolazione si osservi la vicenda. Potrò sembrare troppo duro (d’altronde non posso fare altrimenti, io sono un duro, è la mia natura), ma l’El Shaarawy visto negli ultimi due anni, al di là delle rare partite giocate ufficialmente a causa d’infortuni in serie, è stato un disastro. E la mancanza di volontà di migliorarsi, di variare il proprio gioco mostrando qualcosa di diverso dalla finta verso un fondo in cui anche in Lega Pro sapevano che non sarebbe andato mai, con la successiva virata verso il centro per un tiro in porta di destro sempre più fiacco e impreciso, non ha nulla a che vedere con la sfiga e gli infortuni – che non sempre sono conseguenza di comportamenti sbagliati, ma spesso lo sono. Addio e buona fortuna quindi, Stephan. Senza rimpianti, almeno da parte mia.