godoGodo. E giacché godo li vedo già i loro ditini agitati in segno di disapprovazione per la mia mancanza di sportività. E le solite sciocchezze del tipo: “tu dov’eri, al cinema?” (risposta: no, ero davanti alla TV a godere come un riccio alla faccia tua). Mi pare di averlo già detto in passato: quelli che dicono che bisogna tifare per le italiane sono degli ipocriti; anche perché gli stessi chissà che cosa fecero nell’anno del triplete interista o in occasione delle nostre numerosissime finali di Champions. Difficilissimo immaginare i gobbi con le facce sfigurate dalla felicità mentre il Capitano sollevava la coppa ad Atene, o in lacrime nell’infausta notte di Istanbul. Chiaro, se ora glielo rinfacciate, un buon 50% di gobbi avrebbe pure il coraggio di spergiurare che loro tifano sempre per le italiane in Europa; ma non cascateci, lo fanno soltanto per farvi sentire delle merde, per impedirvi di godere come meritate.

Sono trascorsi quasi trent’anni ma ho bene impressa nella mente la notte di Barcellona. Non potrebbe essere altrimenti, soprattutto per la gioia che provai allora. Ma non soltanto per quella. Eravamo a casa di amici,  una decina di persone, maggioranza gobba, nessun interista, un viola, un torinista. E un solo milanista: il sottoscritto. Rammento che all’inizio della partita — che la RAI riuscì a trasmettere con mezzi di fortuna malgrado uno sciopero della TV spagnola, eseguendo un capolavoro decisamente d’altri tempi — il borbottio gobbo in sala raccontava di uno Steaua strepitoso, temibilissimo. L’atmosfera che mi si voleva dare a intendere era la seguente: sarà dura per voi, ma vediamo di buon occhio questo nuovo Milan berlusconiano, perché a noi piace il bel calcio. Quando la partita cominciò ad andare come tutti sappiamo, ossia con un Milan che più che una squadra di calcio pareva un rullo compressore, lo Steaua, strepitoso e temibilissimo appena due orette prima, diventò improvvisamente una banda di scappati di casa, e Hagi e Lacatus due indecenti pipponi. Per non parlare poi della nebbia di Belgrado e degli inglesi che non c’erano. Finita la partita nessuno dei gobbi si congratulò, anzi, sbavavano rabbia come cani idrofobi (ed erano, e sono tutt’ora, tutti buoni amici), continuando a trovare patetiche scuse per sminuire quell’impresa. Esultai loro in faccia, rammentai loro che l’unica Coppa Dei Campioni che avevano vinto con un rigore per un fallo a metacampo era lorda di sangue (e ciò non contribuì certamente a rasserenare gli animi),  feci le scale  a tre o quattro gradini alla volta seguito dal viola e il torinista, caricai questi ultimi in auto e con loro andai a strombazzare in centro circondato da bandiere rossonere. Quella sera capii che nessuno tifava per le altre italiane, anche se ufficialmente sosteneva di farlo.

Detto ciò, il godimento non mi impedisce di congratularmi per la bella prestazione nelle due partite contro i più forti crucchi. Non mi costa nulla.