Carlo Ancelotti“Ha cambiato di più delle altre e, come da logica delle cose, serve più tempo per mettere insieme le cose. Non c’è una ricetta, non ci sono maghi con la bacchetta magica nel calcio. Serve tempo, servono giocatori idonei al progetto. Ha fatto una campagna acquisti definita da tutti straordinaria, ma non bastano sei mesi per rifare una squadra o una campagna trasferimenti. Serve perseverare nel lavoro e negli investimenti, tutto qua, non c’è una ricetta magica per uscire dai problemi. Dove può arrivare? Il quarto posto è importante perché ti permette di avere più investimenti andando in Champions League. L’importante, però, è non abbattersi. Non è possibile cambiare undici giocatori e in un battibaleno mettere tutto a posto. Questo anno servirà per avere un gruppo più costante avendo qualche altro giocatore nel prossimo mercato. Montella ha ragione quando dice che è difficile avere dei top, per questo il Milan ha preso giovani da far crescere per mettere poi dei big per il futuro”. (Carletto Ancelotti).

Non bastano sei mesi, dice Carletto mio. E ha ragione. Sei mesi non bastano per ripartire da zero. Poiché di zero si tratta quando sei fuori dall’Europa da tre stagioni, quando la tua ultima partita in Champions è stata quella della scoppola per 4 a 1 rimediata a Madrid sponda Atletico, risalente all’ormai lontano 2014. L’assenza in Champions, specie se prolungata, comporta un danno finanziario, ma è riduttivo vederla soltanto attraverso quest’ottica. C’è di peggio.  Il peggio è che, malgrado la tua ritrovata disponibilità economica, i tuoi trionfi del passato, le tue leggendarie finali perse inspiegabilmente e altrettanto inspiegabilmente vendicate due anni dopo, se sei fuori dall’Europa che conta i Top Player ti trovano repellente. So che è un aggettivo forte, che fa male quanto un gancio ben assestato di Mike Tyson, ma purtroppo è così: i Top Player, ovvero quei giocatori che ti permetterebbero una rinascita immediata, vogliono contratti milionari ma non solo, esigono anche la vetrina europea, com’è giusto che sia. Se tu a quella vetrina hai volontariamente (sissignori: volontariamente) rinunciato un lustro fa, smantellando pezzo dopo pezzo una grande squadra anziché continuare a rinforzarla per mantenerla competitiva, sei pesantemente responsabile delle difficoltà operative che emergono appena sei mesi dopo la tua partenza, anche se tu non ci sei più. Mi pare lapalissiano.

Se avete notato, in questi mesi seguenti al passaggio di proprietà, sono stato il primo a evitare di rivangare le più recenti e tristi gesta rossonere di Berlusconi e Galliani, perché ho ritenuto si trattasse di argomenti già ripetutamente sviscerati qui e altrove, fino alla nausea. E sarei stato ben lieto di continuare a farlo, relegando semmai questi personaggi ai nostri archivi storici, al massimo limitandomi di tanto in tanto a tributarli della giusta riconoscenza per le gioie del tempo che fu, senza più coinvolgerli nelle vicende dell’attualità. Ma francamente mi ci sento tirato dentro a viva forza: resto allibito quando leggo che la gestione precedente avrebbe lasciato in eredità una buona base a quella successiva, e che bisognerebbe voltare pagina e guardare avanti. In pratica, l’invito neppure tanto velato sarebbe: non parliamone più e puntiamo il fucile soltanto verso i protagonisti del presente. Eh no, troppo comodo. Ripeto, non sono trascorsi tre anni dall’insediamento dei cinesi, di Fassone, di Mirabelli, sono passati sei mesi. Sei mesi, cazzo! E’ come se io avessi comprato una casa lasciata dai precedenti proprietari in condizioni disastrose e mia moglie avesse incolpato me qualora non fossi riuscito a ristrutturarla in una settimana. Il vaffanculo sarebbe partito automatico, e sarebbe stato strameritato.

Si vogliono per forza elencare errori, distrazioni, avventatezze di Fassone, Mirabelli, Montella? Va bene, non sono contrario alle critiche rivolte verso la nuova società, l’ho detto mille volte. Inoltre, su tantissime questioni mi trovo completamente d’accordo con gli ipercritici (specialmente su Montella). Ma insomma, definire qualche giovane di belle speranze e un buon calciatore comprato all’ultima ora di mercato, peraltro su suggerimento casuale di un procuratore, “una buona base” e motivo d’encomio per la vecchia gestione, trovo sia una forzatura bella e buona. Se proprio vogliamo allestire un plotone d’esecuzione — anche se a mio avviso lievemente precipitoso —, a quel muro mettiamoci tutti quanti, non inventiamoci balle per graziare i principali colpevoli. Altrimenti i sospetti di ruiuismo diventano più che legittimi.