Ci sono tanti nostri ex giocatori che mai e poi mai vorrei vedere occupare una panchina tradizionalmente rovente come quella milanista, e Rino è uno di questi giocatori. Non è ovviamente un giudizio sulle capacità — troppo striminzito il suo curriculum da allenatore per poterne formulare uno  —, è bensì paura di non riuscire a essere obbiettivo quando, inevitabilmente, dovrò analizzarne l’operato. Per non parlare della carogna che mi salirà al primo insulto nei suoi confronti che leggerò in quelle fogne a cielo aperto in cui spesso si trasformano i social. No, decisamente l’idea Gattuso allenatore del Milan, in questo preciso momento, non mi entusiasma. Come ho già avuto modo di dire a caldo, sono scosso da questa novità.

Ma pur essendo scosso, resto pienamente convinto che l’allontanamento di Montella è stato inevitabile, essendo i risultati sotto gli occhi di tutti. Decisione più che giusta, non ho alcun dubbio. Così come sono inevitabili le critiche che stanno piovendo addosso alla società. Bene così, sia chiaro, ci si è resi conto che quando le cose vanno male non è soltanto l’allenatore ad avere delle colpe. In un ambiente ancora zeppo di vedove dell’Ancién Regime, annidate principalmente in mezzo a tifosi e giornalai, i risultati sono tornati come per magia a rivestire quell’importanza che ultimamente si era un po’ persa in casa milanista: “Sì dài, facciamo cagare da tempo, ma occorre pazientare ed essere riconoscenti!”; questo era un po’ l’andazzo negli ultimi anni. Ma al di là dell’evidente disonestà intellettuale, e dei reali motivi per i quali ora la società è diventata improvvisamente criticabile, questi personaggi stavolta hanno ragione (anche un orologio rotto, almeno due volte al giorno ce l’ha): ora il risultato viene prima di tutto, o per lo meno il risultato decente, e nessuno deve fuggire dalle proprie responsabilità. L’aberrazione c’era prima, non ora.

Perché trovo giusto l’allontanamento di Montella l’ho già spiegato varie volte in questo sito, inutile rientrare troppo nello specifico. Vorrei principalmente spendere due parole sull’impressione personale che ho avuto dell’uomo: brava persona, educata, ironica, spiritosa. Un signore anche nel momento del  commiato. Veramente inqualificabili gli insulti al suo riguardo nei quali mi sono imbattuto leggendo la fogna a cielo aperto di cui parlavo poco sopra.  Tuttavia il tecnico non mi è mai piaciuto, e non l’ho mai nascosto; il pragmatismo tattico dello scorso anno mi aveva piacevolmente sorpreso, poiché in precedenza avevo conosciuto Vincenzo come un tecnico votato al palleggio snervante, alla scarsa attenzione per la fase difensiva, al turn-over esagerato. D’accordo, la scarsità di talento a disposizione l’aveva aiutato a prendere determinate sensate decisioni, ma i meriti in quella stagione restano intatti. Forse l’improvvisa dovizia di quest’anno, vera o presunta che sia,  l’ha mandato in confusione e si è un po’ perso, tutto può essere, fatto sta che il ritorno alle origini è stato evidente; e anche in questo caso i demeriti restano intatti.

Perché  trovo giuste le critiche alla società? Non certo per le sciocchezze che stanno andando per la maggiore in questo momento (c’è gente che l’estate scorsa avrebbe danzato nuda nella pubblica piazza della propria città, ebbra di alcol a ogni acquisto del duo Mirafax, mentre ora sta ululando alla luna per il presunto mercato sbagliato). E’ chiaro che quando si compra un elevato numero di calciatori in qualche somaro ci s’incappa (Calhanoglu ha tutta l’aria di saper ragliare sonoramente); ma come caspita si fa a dire che comprando nazionali di buona fama (Musacchio, Rodriguez, Kalinic), giovani di chiaro talento (Silva, Conti), uomini di spicco di squadre che ci hanno preceduto l’anno scorso (Kessiè, Bonucci, Biglia, ancora Conti),  in ruoli dove c’è bisogno e dove le pippe hanno regnato indisturbate per anni, si attua un mercato sbagliato? La società ha sbagliato — e gravemente — a confermare un allenatore in cui non credeva fino in fondo, ecco dove ha sbagliato. Ora potrà negarlo in tutte le lingue del mondo, piemontese e calabrese compresi, ma che il duo Mirafax si fosse cautelato da tempo con lo strano ingaggio di Rino alla guida della primavera mi sembra più che un’impressione. E questo particolare, non essendo di certo sfuggito al tutt’altro che stupido Montella, non deve avere giovato alla sua serenità, né a quella della giovane rosa.

Tornando a Rino. E’ stato un grande giocatore, uno dei più grandi della nostra storia. C’è stata un ampia fase della sua carriera nella quale, per una sua assenza per infortunio o squalifica, ero preoccupato quanto per quelle di Sheva, Kakà, Pirlo o Clarenzio. Anzi, spesso ero ancora più preoccupato. Ed è riuscito a diventare così prezioso, decisivo, insostituibile malgrado gli evidenti limiti tecnici. Con la grinta, la voglia di lavorare, la personalità, la fame di vittoria, l’amore per i colori. Talvolta mi ha fatto incazzare, come quando aggredì verbalmente — e anche un po’ fisicamente — il vecchio  squalo Joe, o come quando tenne nascosto allo staff medico di vederci quadruplo; ma so benissimo che senza questi eccessi, spesso di generosità, Rino non sarebbe stato Rino, e  perciò l’ho sempre perdonato. Ripeto quanto ho scritto sopra: non vorrei mai vedere gente così mandata allo sbaraglio, esposta alle ire di noi tifosi assetati di sangue e alla faziosità mediatica attuale. Ma tant’è, così è stato deciso. L’unica è sperare che faccia bene. Il che vale per chiunque alleni il Milan, ovviamente, ma per lui vale un po’ di più. Buona fortuna, Rino, ne avrai bisogno.