Non me la sento di minimizzare quanto è accaduto domenica scorsa. Il gol di Brignoli ha scatenato nei cacciaviti una rabbia più che giustificata: un portiere segna soltanto in casi rarissimi, e sempre nel momento in cui la sua squadra è alla disperazione. Segna quando la sua squadra ha, per intenderci, le stesse probabilità di pareggiare la gara che ho io di uscire a cena con Miriam Leone. Nella storia ci sono riusciti in pochissimi a segnare su azione; personalmente ricordo soltanto Rampulla, Taibi e, appunto, Brignoli. Occorre molto coraggio da parte del protagonista per ottenere un successo del genere, molto coraggio e una certa svagatezza da parte dei difensori avversari. E, soprattutto, un fondoschiena da elefante.

Ma un conto è la rabbia, un altro è il tafazzismo. Trovo fuori luogo definire la gara col Benevento come la più grande umiliazione della nostra storia. C’è gente che si sta vergognando, che asserisce di non avere mai patito una delusione sportiva di queste proporzioni. Dico io: o questa gente soffre di esagerato senso del pudore oppure è pericolosamente soggetta a forti depressioni, nei quali casi suggerirei il ricorso al parere di un bravo psicologo. Oppure è anagraficamente giovanissima, e qui non resta altro da fare che attendere il naturale trascorrere degli anni. Non voglio infierire sui più vecchi, ma temo che spesso essi abbiano la memoria un po’ corta: la Cavese, il Waregem di Mutombo, l’Ascoli di Barbuti, il Rosenborg di Stiansen, l’1-6 in casa con la Juve, La Coruña, Istanbul, la fatal Verona prima e seconda edizione. Quella di domenica è stata una giornata nera, ma niente di più. Se si tratta degli sfottò avversari, capisco benissimo che, al di là del legittimo dispiacere per l’episodio in sé, a caldo possano fare imbestialire, ma a freddo occorre farsene una ragione e accettarli. Anzi, andrei oltre l’accettazione, suggerirei addirittura l’apprezzamento. Odio le ipocrisie, a me un gobbo o un prescritto che si dichiarasse dispiaciuto per noi in questo momento, farebbe soltanto incazzare, come mi fanno incazzare i gobbi che si offendono per i nostri festeggiamenti dopo i loro continui rovesci europei. Non esiste che i tifosi miei avversari si dichiarino solidali, esigo che mi prendano per i fondelli, e che lo facciano selvaggiamente. A sangue. Lo 0 a 6 dell’Inter, il loro 5 maggio, come ho detto prima le varie finali europee perse dai gobbi, stanno lì a ricordarci che la ruota prima o poi potrebbe girare e che, in tempi ragionevolmente brevi, potrebbe arrivare il nostro turno. Quando accadrà, se accadrà, renderemo loro pan per focaccia. E’ il tifo, baby.

Ho fatto non a caso un certo uso del condizionale. Potrebbe, ho scritto. L’ho fatto perché nulla è garantito nello sport. Il Nottingham Forest, che negli anni ’70 vinse due Champions consecutive, da allora è uscito dal giro che conta e attualmente milita in seconda divisione inglese. Il Liverpool, fra le grandi d’Europa, da anni non vince una mazza e chissà quando (e se) vincerà di nuovo. Queste precisazioni sono doverose, non si tratta di pessimismo, bensì di realismo. Ma qualsiasi cosa ci riservi il futuro, il concetto di base rimane: non facciamoci abbattere da una stagione oggettivamente storta sotto molti aspetti, da un gol di culo di un portiere e dai normali e più che legittimi sfottò avversari. Stringiamoci piuttosto intorno alla società, che lo merita per il sovrumano sforzo estivo di cui molti di noi sembrano essersi dimenticati come per magia; stringiamoci intorno all’allenatore, che lo merita solo per il fatto di chiamarsi Rino Gattuso; stringiamoci intorno ai giocatori, che non so se lo meritino, ma so che ne hanno certamente bisogno. Insomma, facciamola finita di blaterare di disastro epocale. Magari questa stagione è andata a puttane (ne ha tutta l’aria), ma sapevamo che poteva accadere cambiando tanto, o almeno lo sapeva chi di calcio un minimo ne mastica. Mi stupisce tutto questo cadere dal pero, francamente. Mi stupisce assai meno invece il silenzio mediatico circa il rifinanziamento del debito dell’Inter rispetto all’interesse morboso per il nostro. Ma questa è un’altra storia. La solita.