“Quando aveva 4-5 anni costringeva la nonna a fare il portiere in salotto, e aveva già un tiro bello forte. Poi ha iniziato a giocare col fratello, che ha tre anni in più e fa il portiere. Diciamo che qualche centinaio di euro di danni in casa ce li ha fatti: le adorate piante di mia moglie, qualche vetro, compreso quello del tavolo in sala, un paio di vasi. Com’era a scuola? Qualche danno l’ha fatto anche lì, ma a me interessava che studiasse con profitto. Ricattarlo era molto facile: bastava minacciarlo di chiamare l’allenatore per non farlo giocare. Gli ho sempre chiesto di diplomarsi, avere un figlio calciatore non era la priorità. L’idea era quella di mandarlo a fare esperienza altrove in prestito. Verona, Bologna, Crotone e Torino lo volevano e noi non eravamo convintissimi nel vederlo restare in rossonero, con tutta quella concorrenza. La tribuna sarebbe stato un supplizio, più che altro per lui. Insomma, si è giocato bene le sue chance. Il rinnovo? Se la società penserà ancora a lui, ne sarò contento. Di certo non sarà Patrick a farsi avanti: questo è l’anno della crescita sportiva, non economica”.

Ho voluto iniziare il nuovo anno del nostro amato blog (a proposito, il prossimo ottobre festeggeremo  i dieci anni di vita) con questa perla. Ne avevo, ne avevamo tutti bisogno. A prescindere da ciò che diventerà Patrick Cutrone, dopo gli sgradevoli tira e molla che hanno coinvolto un altro titolare proveniente dal settore giovanile, queste parole pronunciate dal genitore di un giovane calciatore professionista sono ossigeno puro.

Il 2017 cacciavite è stato stravagante, per larghissimi tratti controverso. Un cambio di proprietà dopo trent’anni non poteva generare certamente niente di diverso, ora ne sono consapevole, ma alcuni aspetti degli strascichi lasciati dalla cessione sono stati imbarazzanti. Il peggio di sé lo hanno dato alcuni tifosi milanisti, o sedicenti tali, che hanno gareggiato fra loro per primeggiare nella disciplina del lancio della merda sul nuovo Milan (alcuni lo hanno fatto per onesta convinzione, ma altri non ne vedevano l’ora); ma anche il resto non è stato un granché, con giornalai di ogni specie intenti a scavare nelle vicende societarie milaniste come non avevano mai fatto e come avevano accuratamente evitato di fare quando sarebbe stato necessario — e soprattutto dovuto a chi avrebbe avuto pieno diritto a essere informato, cioè noi tifosi rossoneri.

Sia chiaro, viva i giornalisti che fanno il loro dovere. Quelli che indagando su eventi nebulosi scoprono qualcosa e lo riportano fedelmente ai lettori/spettatori. Alcune notizie fanno male, ma se corrispondono al vero sono sempre ben accette. Ma per quanto riguarda il Milan, lo scorso anno nulla di tutto questo è accaduto: supposizioni sempre o quasi smentite dai fatti, invenzioni assurde, cattiverie gratuite, ironie fuori luogo da parte di chi dovrebbe essere super partes. Per quanto mi riguarda, ho smesso di seguire programmi calcistici da tempo. Dall’inizio di quest’anno ho disdetto Skysport: non ne potevo più della voce stridula della D’Amico e della sua parzialità, ma soprattutto non potevo più concepire di contribuire finanziariamente alle stupidaggini di Caressa e Mauro, ai continui scandalosi peana rivolti alla Juventus, all’atteggiamento ambiguo di ex rossoneri che un tempo adoravo. E’ stato difficile per me, rinuncerò a spettacoli sportivi che amo molto, tipo la NBA, la Formula 1, la MotoGP e il Tennis; ma era necessario. Ho mantenuto soltanto Skycalcio per seguire le partite del Milan: di questo non sarei riuscito a fare a meno, anche con la consapevolezza che, per qualche tempo, la percentuale di rischio di imbattersi in spettacoli  indecenti sarà ancora molto, molto elevata.

Detto questo, pur ribadendo che gli attacchi mediatici ci sono stati, che i tifosi nostalgici ansiosi di riabilitare quell’indifendibile vecchia proprietà hanno dato il peggio di sé, e che il tutto ha contribuito a creare un clima non esattamente favorevole intorno a una squadra che stava tentando di tornare faticosamente ai fasti di un tempo, bisogna anche ammettere che in campo ci vanno i giocatori, scelti dalla società e schierati dall’allenatore, il quale li prepara fisicamente, tatticamente e psicologicamente. Le squadre, quelle vere,  volendo possono reagire  a sfighe e attacchi mediatici di ogni tipo, almeno un po’, e non possiamo dire che nel finale dello scorso anno il Milan abbia dato l’impressione di poterlo fare. Insomma, gli alibi è giusto fornirli quando esistono, ma di cazzate inconcepibili nella seconda parte dello scorso anno ne abbiamo viste oltre misura, onestamente.

Il 2017 non è stato un completo disastro, tuttavia. Specie nella prima parte, ci siamo divertiti. Un sesto posto, che ha equivalso al ritorno in Europa dopo una vita, non è da buttare; un mercato estivo scoppiettante dopo anni trascorsi ad attendere inutilmente notizie incoraggianti sotto l’ombrellone, in fondo, l’abbiamo vissuto. Poi sì, il ritorno sulla Terra è stato fragoroso, i ceffoni sono stati molto dolorosi, ma ciascuno di noi, in una piccola parte del proprio cervello, l’aveva messo in preventivo, sebbene non siano in tanti ora ad ammetterlo.

Credo che il 2018 sarà un anno positivo. Non trionfale, non ricco di trofei  ovviamente, ma positivo. Non mi si domandi il perché, si tratta di una sensazione. Sarà che non temo fallimenti societari, perché mi sono informato anziché dare ascolto ai gufi mediatici. Sarà che non temo neppure quelli sportivi, perché dentro di me credo in questi giocatori, anche in quelli nuovi, sebbene essi abbiano fatto molto spesso l’impossibile per indurmi allo scetticismo. Insomma, sarà che il progetto di Mister Li e del duo Mirafax continua a convincermi, malgrado gli errori  commessi, che considero tuttora del tutto fisiologici. Per queste ragioni, quando verrà il momento sarà bellissimo togliermi i sassolini dalle scarpe. Nel 2018 o oltre non importa: ho una grande pazienza per queste cose.