Non ho visto la partita di Coppa Italia contro la Lazio, ma in compenso mi sono goduto un Gary Oldman stratosferico al cinema. Non si vive di solo Milan, dopotutto, e l’ammirazione per i fuoriclasse non può essere circoscritta esclusivamente all’ambito sportivo. Tuttavia, è facile indovinare ciò che ho fatto appena uscito dal cinema: mi sono informato. E la notizia apparsa sullo smartphone mi è piaciuta: lo 0 a 0 scaturito dalla prima semifinale contro i capitolini l’ho trovato un buon risultato; ovviamente per la regola del gol in trasferta che vale doppio, ma anche perché fino a poco tempo fa queste gare, contro squadre di questo ottimo livello, le perdevamo sia sul piano dei risultati sia su quello del gioco. Ora reggiamo dignitosamente su entrambi i piani, e dobbiamo proseguire su questa strada. Non ho altro da dire sulle prime due partite contro la Lazio, se non che ho trovato semplicemente disgustosa la campagna mediatica che in settimana ha fatto di tutto per invocare la squalifica di Cutrone dopo quel suo fallo di mano palesemente  involontario di domenica scorsa. Mi domando quando certa stampa deciderà di mettere un freno al profondo squallore nel quale da tempo è precipitata.

In settimana ci ha lasciati Azeglio Vicini. Mi è sempre sembrato una brava persona, gli ero istintivamente affezionato.  Ma gli voleva bene anche chi l’aveva conosciuto e chi da lui era stato allenato, e questo vale molto di più rispetto alla superficiale impressione che di lui possa avere maturato nel corso degli anni un tifoso come me.  Di certo era un CT d’altri tempi, quelli nei quali era ancora consentito il retropassaggio per le mani del portiere, nei quali ci si difendeva a uomo e si schieravano le ali destre e le due punte. Ed erano i tempi nei quali alla guida della Nazionale veniva ancora posto un allenatore formatosi all’interno della Federazione. Azeglio fu l’ultimo di quella categoria, poi gli subentrò l’innovatore Arighe, il quale dette vita all’era dei tecnici provenienti da squadre di Club. Quando muore un personaggio che ha ricoperto un ruolo del genere — in Italia, volenti o nolenti, importantissimo — è inevitabile abbandonarsi ai ricordi nostalgici legati a ciò che da costui è stato fatto in vita. Non vinse nulla, Azeglio, ma ci andò sempre molto vicino, e le sue nazionali giocavano un buon calcio tutt’altro che sparagnino, pur mantenendo le caratteristiche classiche del gioco italiano dell’epoca. La nazionale Under 21 dell’ ’86 era zeppa di campioni (Zenga, Ferri, Giannini, De Napoli, Donadoni, Vialli, Mancini) che poi Vicini si portò nella nazionale maggiore gli anni successivi. Arrivò soltanto seconda ai campionati europei, quell’Under 21, perdendo immeritatamente ai rigori con la Spagna, vincitrice soprattutto per merito del suo portiere, tal Ablanedo, il quale quella sera parve un autentico marziano, ma ebbe poi soltanto una buona carriera nelle file dello Sporting Gijon e niente di più. Negli europei dell’ ’88 la nazionale maggiore di Vicini giunse in semifinale, dove venne sconfitta per 2 a 0 dall’URSS in una giornata storta generale dei tanti campioni che la formavano. Due anni dopo, nei mondiali casalinghi, quelli delle notti magiche, Vicini venne sconfitto ai rigori dall’Argentina di Maradona, per colpa di una sciagurata uscita a vuoto di Zenga e dall’atmosfera surreale di uno stadio San Paolo in imbarazzante crisi d’identità nazionale. Peccato davvero, Azeglio avrebbe meritato sicuramente qualcosa di più dalla sua vita professionale. E non è la solita frase di circostanza.