Se dicessi che sono un tifoso felice mentirei. Se si tifa Milan non si può essere felici dopo un sesto posto in campionato, una eliminazione agli ottavi di finale di Europa League contro un Arsenal in crisi e soprattutto dopo una umiliante sconfitta da quattro pappine in finale di Coppa Italia contro la squadra  più odiosa e odiata al mondo. Questo è a tutti gli effetti il bilancio della stagione morente e, snocciolato così, brutalmente, in due righe, non c’è dubbio che faccia il medesimo effetto di un violento pugno nello stomaco. Erano troppe le stagioni nelle quali stavamo vivacchiando nella mediocrità, e il mercato che aveva preceduto quest’ultima era stato scoppiettante come da tempo non ne vedevamo: grandi cifre per gli investimenti, acquisti interessanti di giovani promettenti e di giocatori  più esperti dalla buona reputazione, stop ai parametri zero bolliti o inutili:  è perfettamente comprensibile che noi tutti ci aspettassimo qualcosa di più in termini di risultati  rispetto al recente passato. Se qualcuno fosse felice di come sono andate le cose, delle due l’una: o avrebbe bisogno di uno bravo, oppure non sarebbe milanista. Ma un conto è la legittima infelicità da tifoso, un altro è il disfattismo cosmico che sta imperversando nel tifo rossonero, non solo ora ma da diversi mesi. I disfattisti concordano più o meno tutti sugli stessi punti per alimentare il proprio malcontento, ma le origini del loro disfattismo sono diverse. Ci sono i tifosi scontenti nel DNA, e con quelli non c’è niente da fare, quelli sarebbero capaci di storcere il naso anche di fronte a un secondo posto in campionato o a una semifinale di Champions League. Ci sono i vedovi, quelli che “quando c’era lui caro lei”, quelli che avevano i fucili carichi e puntati sulla nuova gestione da inizio stagione e non vedevano l’ora di usarli.  Infine ci sono quelli onestamente convinti che riuscire a sgombrare le macerie lasciate dalla vecchia gestione e ricostruire un grattacielo imponente e solido sarebbe stato un gioco da ragazzi in neanche un anno di attività.

A me piace discutere con questi ultimi, perché sono in buona fede. Non posso condividere le loro opinioni, anche perché sono certo che dentro di loro ci sia ancora quel pizzico di nostalgia per Silvietto che tanto vincere ci ha fatto. Ma almeno li rispetto profondamente.

Invece con gli altri, gli scontenti a prescindere, che  non capiscono un cazzo di calcio e di sport, di cosa potrei mai discutere? Di cosa si può parlare con gente che pretende  di tifare senza sofferenze, che esige dalla propria squadra la garanzia del successo sennò è una perdita di tempo? Sì, si potrebbe tentare di portare a questa gente qualche esempio tipo il Nottingham Forest, che ha vinto tante Champions  quante ne ha vinte la Juventus ma che da decenni è uscito dal calcio che conta e attualmente vivacchia nella bassa classifica delle serie B inglese, e che ciò nonostante si ritrova ancora al seguito  un sacco di tifosi appassionati e non un branco di piagnoni viziati. Ma sarebbero fiato e tempo sprecati.

Con i vedovi, che non rispetto assolutamente, avrei addirittura meno argomenti. Con dei tipi del genere, per la maggior parte spinti da un insieme di sentimenti fra i quali dubito fortemente sia presente l’amore per il Milan, non ho nulla in comune: a me piace parlare di Milan con i tifosi del Milan, non con quelli di Berlusconi Silvio e Galliani Adriano.

Ne riparlerò quindi assieme a voi nel Volume II, cari onestamente convinti che sia stata una stagione di merda. Appuntamento alle prossima puntata dunque, dopo la Viola, quando tutto sarà finito.