Ho notato che molti di noi domenica scorsa, dopo l’evitabilissimo gol di Icardi allo scadere, non erano neanche incazzati. Altri lo erano ovviamente, ma il sentimento generale era di una sconfitta talmente meritata per il gioco espresso in campo dai nostri che anche il misero punticino, ormai ampiamente alla portata a quel punto, sarebbe sembrato un furto. Personalmente concordo con la maggioranza sul fatto che l’avremmo rubato, quel punto, però ero e resto comunque incazzato. Tralasciando che la storia del calcio è piena di derby vinti immeritatamente — e proprio dall’Inter — ormai quel punto l’avevamo; era lì, in saccoccia, bello caldo e utile, soprattutto psicologicamente. Perderlo così stupidamente, non può non fare incazzare almeno un po’.

Ma non si tratta soltanto di questo. Diciamo pure che sì, una sconfitta nel derby, contro una squadra che si sapeva più forte, forse non nettamente ma abbastanza, poteva essere messa in preventivo; e soprattutto perderla così, dopo una prestazione indegna, può aiutare certamente nella digestione del pesante boccone. Ma ciò che fa più incazzare me, e ritengo la maggior parte di noi, è quel senso di ineluttabilità che accompagna da tanto, troppo tempo le vicende di campo di questa squadra costruita l’anno scorso dal duo Mirafax e perfezionata (si fa per dire) quest’anno dalla coppia  Paolino-Leo. Ci sono troppe situazioni negative che si ripetono a ogni gara, con una puntualità talmente teutonica da sembrare frutto di una noiosa sceneggiatura cinematografica (non riesco a definire se di genere horror o comico-demenziale). E’ il sapere sempre che cosa succederà e soprattutto che il film andrà a finire male che fa incazzare. Al di là della singola sconfitta in una gara seppure importante come il derby.

Ora sono partiti i processi. E’ normale. E’ anche giusto. E’ ora di analizzare attentamente che cosa non funziona dentro questa squadra.  La pazienza è finita. Poiché gli undici titolari sono gli stessi dello scorso anno, più Pipita e meno Bonucci, ma di passi avanti non se ne sono visti, anzi, rispetto allo scorso girone di ritorno se ne sono visti  parecchi all’indietro. L’ex capitano afflitto da nostalgia gobba forse contava più di quanto credessimo, ma non può trattarsi soltanto di lui. Così come non può trattarsi soltanto di Rino, di Donnarumma, di Hakan. Intendiamoci, i cambi e il conseguente assetto tattico di domenica sera sono stati raccapriccianti, così come lo sono state  la non uscita del portiere e la prestazione del turco. Ma sono talmente ripetitivi gli errori che la squadra evidenzia in ogni gara, anche in quelle che si concludono vittoriosamente, che focalizzare l’attenzione sulle lacune dei singoli è estremamente sbagliato. Stiamo parlando di un gioco di squadra, ricordiamocelo: una squadra organizzata, che funziona, sfrutta appieno le doti dei singoli e fa in modo che le loro lacune non la danneggino.

E’ ora di fare i conti con noi stessi. Li dovranno fare Leo e Paolo soprattutto, giacché Rino sembra avere perso un po’ il bandolo della matassa. Einstein sosteneva che fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi è folle. Credo sia giunto il momento di mettere in discussione diversi aspetti: il modulo, la titolarità di uno o più elementi. L’allenatore, ovviamente. Pensavamo bastasse poco per fare il salto di qualità, per alzare la famosa asticella, ma l’Inter ci ha dimostrato, anzi, ci ha confermato giacché qualche sospetto già ci era sorto, che la strada è ancora lunga, complicata. E incerta, come tutte le strade dello sport.