Sono trascorsi tre giorni dalla batosta di campionato e  due dal sorpasso in classifica da parte dell’Inter, ma il senso di nausea ancora non si sta attenuando. E le mie idee restano confuse. La prestazione dello Spezia è stata eccellente, sminuirla addossando tutta la colpa di ciò che è accaduto alla nostra squadra sarebbe scorretto nei confronti degli avversari. Per tutta la gara ho sperato che la squadra ligure scoppiasse, abbassasse il ritmo e ci lasciasse giocare almeno un po’, ma ciò, purtroppo, non è avvenuto: novantatrè minuti fantastici quelli dello Spezia, ciascuno di essi dominati in ogni zona del campo. Congratulazioni sincere, sono ammirato.

Parlavo di idee confuse: è vero, non riesco a capire che cosa possa avere portato una squadra che da un anno stava facendo benissimo a sfoderare una prestazione così disastrosa. L’unica cosa che mi è perfettamente chiara è che qualcosa si è inceppato nel nostro meccanismo, e lo Spezia ce l’ha impietosamente dimostrato. Se per via di un richiamo di preparazione, di un calo di concentrazione, della condizione di alcuni giocatori appena rientrati da lungo stop o altro lo ignoro, ma qualcosa è cambiato. In peggio. Da diverso tempo. Il buon gioco messo in mostra per tutto il 2020 nell’ultimo mese e mezzo non si è visto; durante quest’ultimo periodo ci ha sorretto qualche risultato giunto al netto della prestazione, ma un campanellino d’allarme era già stato udito da ben prima di sabato. Ammetterlo non significa arrendersi, non credere nella squadra, portare rogna. Ammetterlo significa semplicemente prendere atto della realtà.

Potevamo lottare per vincere lo scudetto? Sì. Possiamo farlo ancora? Certamente. Ma non dobbiamo dimenticare che non eravamo partiti per farlo. E che veniamo da quasi un decennio di mediocrità assoluta, un decennio caratterizzato da un elenco infinito di pippe in maglia rossonera e dall’umiliante totale assenza dall’Europa di serie A.  Invece, improvvisamente, sembra che lo scudetto sia diventato l’unica cosa che conta. Come se avessimo sfiorato questo obbiettivo ogni anno dall’ultima volta che abbiamo realmente lottato per esso. Non è così, non deve essere così. I mondiali del 1970 in Messico furono vinti in finale dalla più forte seleção della storia contro l’Italia, la quale dal 1938 in avanti non aveva fatto altro che incassare sonori schiaffoni nella stessa competizione; eppure, nonostante il buon risultato, nonostante le buone prestazioni, nonostante l’esaltante e leggendaria partita vinta in semifinale ai supplementari contro i fortissimi tedeschi,  al ritorno a casa la nazionale italiana fu bersaglio di forti contestazioni. Quando il tifoso ha la percezione che in qualche modo si sia riusciti ad alzare l’asticella, cancella dalla mente i miglioramenti del recente passato con una rapidità sorprendente e rimane deluso se non viene raggiunto ciò che lui, spesso a torto, ritiene alla portata.

In poche parole non vorrei che, qualora fossimo a breve costretti “soltanto” a una lotta per la qualificazione alla Champions League, cominciassero gli insulti, le contestazioni, le creazioni di nemici interni da perseguitare a ogni stop sbagliato o a ogni lancio sbilenco. Sto percependo già questa inquietante atmosfera. E la cosa mi spaventa più della nostra attuale flessione.