Molti tifosi italiani in questo momento stanno provando sentimenti opposti ai miei, ne sono pienamente consapevole. Non li biasimo, ci sono diverse ragioni a loro favore,  ed è ben lungi da me l’idea di sfoderare retoriche patriottiche che non mi appartengono, e là dove non è decisamente il caso, specialmente in questo momento storico. Tuttavia mi deve essere concessa quanto meno l’irritazione leggendo commenti di giubilo in ogni dove di una parte dei miei connazionali: sono tifoso azzurro da sempre, da ancora prima di diventare milanista, e lo sarò per sempre, la gioia altrui per le mie sconfitte mi contrariano. Fa parte del gioco.

La delusione provata ieri sera è per me pari alla seconda retrocessione del Milan in serie B. Due edizioni mondiali saltate, precedute da due partecipazioni disastrose: un cocktail disgustoso per uno abituato a vedere la propria plurititolata squadra sempre presente e spesso protagonista. E non c’è titolo europeo in mezzo che possa togliere tale senso di disgusto dalla bocca.

Ora sta partendo la consueta caccia al colpevole. E’ normale tutto ciò, ma francamente in questo momento ho pochissima voglia di addentrarmi in un ginepraio tanto fitto ed esteso.  Butto lì, svogliatamente, soltanto una considerazione: al di là delle colpe di Mancini e dei giocatori — che sono numerose — il pesce puzza sempre dalla testa. Basta con i parrucconi settantenni a caccia di prebende che si scambiano  poltrone e pacche sulle spalle fra loro, il nostro calcio (tutto, non solo quello della Nazionale) ha bisogno di manager capaci, possibilmente giovani e soprattutto lasciati liberi di fare.

Confesso però che una punta di godimento, rivedendo più volte il lento, goffo, inutile  tuffo del portiere del Paris Saint Germain, la sto provando.