“Si può togliere il ragazzo dal ghetto ma non il ghetto dal ragazzo.”

Questa frase, che peraltro campeggia anche a caretteri cubitali in seconda pagina,  è un po’ il leitmotiv del libro autobiografico di Zlatan Ibrahimovic. Ed è una frase che riassume efficacemente sia il libro stesso, sia l’apparente complessità caratteriale del narratore.

Il Bad Boy di Rosengård

La franchezza spietata, talvolta eccessiva del personaggio – ed ovviamente il suo cospicuo conto in banca, che non è un mistero per nessuno – convincono il lettore, sin dalle primissime pagine, che il protagonista narri con tanta dovizia di particolari la storia della propria vita privata e professionale non perché abbia lo scopo di fare quattrini, o per lo meno non principalmente per quello scopo, bensì per il semplice bisogno di raccontare e soprattutto  raccontarsi con sincerità. E questo il lettore non può che apprezzarlo.

Ne esce  un opera godibile, interessante. A tratti divertente, in grado di strappare diversi sorrisi, anche per merito di un linguaggio scorrevole, confidenziale, ma nel contempo duro, per così dire ‘da ghetto’.  Veramente ottima la scelta dallo scrittore David Lagercrantz di arrangiare il lungo racconto del campione svedese in questo modo.

Non si tratta di un capolavoro letterario ovviamente, ma comunque è una storia umana da cui è possibile trarre qualcosa di istruttivo. Ibra ci prende per mano e ci accompagna a ritroso nel tempo, costringendoci a respirare l’atmosfera plumbea di Rosengård, il sobborgo disagiato di Malmö per lo più popolato da immigrati  dove lui è nato e nel quale ha trascorso la propria infanzia. Un’infanzia difficile, povera, una mamma croata e un papà bosniaco  che si separarono quando lui aveva appena due anni, la modesta casa divisa con la madre i fratelli e le sorelle, il successivo affidamento al padre col quale i rapporti erano di profondo affetto ma tutt’altro che facili; e poi un mondo esterno in compagnia di amici turbolenti, tutta gente, al pari dello stesso Ibra dell’epoca, ai margini di quella società svedese cosiddetta perbene. Viene a galla un Ibra diverso da come ciascuno di noi è abituato ad immaginarselo. Egli non fa il duro perché si diverta ad atteggiarsi come tale, ma per necessità, per difesa, perché ‘il ghetto non è uscito e non uscirà mai dal ragazzo’. Uno stronzo attaccabrighe? Sì, forse, talvolta. Ma anche una persona sensibile ed in taluni casi fragile, dotata di  enorme senso dell’amicizia e della famiglia; inoltre un leader, un uomo fortemente bisognoso di sentirsi importante per chi gli sta intorno altrimenti non è in grado di dare il meglio di sé,  a livello professionale ma non soltanto.

Trovo che tutti i tromboni che sono balzati sul pulpito allo scopo di scagliarsi su alcune rivelazioni contenute nel libro non ne abbiano letto neppure una riga, oppure l’abbiano fatto in modo superficiale. Altrimenti devo pensare che siano stati in malafede ed abbiano cercato un po’ di notorietà a spese dello svedese. Sefi Idem, la leggenda italo-crucca del canotaggio (che spesso incontro al supermercato e che per inciso se la tira da morire), ha mollato per un attimo le pagaie ed ha afferrato la penna scrivendo un articolo poi pubblicato nella prima pagina della Gazza, dove ha stigmatizzato alcune rivelazioni contenute nel libro di Zlatan giudicandole di cattivo esempio.

Si tratta di stronzate. Non sto difendendo Ibra solo perché in questo momento è il miglior giocatore del Milan e di conseguenza stravedo per lui. Oddio magari sì, se egli giocasse ancora nell’Inter avrei letto comunque il libro ma avrei evitato di scrivere questa recensione. Insomma mi sarei fatto i cazzi miei.  Tuttavia l’avrei pensata allo stesso modo, di questo sono certissimo. Perché non vi è nel libro una sola frase in cui Zlatan Ibrahimovic esorti il lettore a combinare le medesime scempiaggini commesse da lui (peraltro alcune delle quali estremamente divertenti). Anzi, lo scrive apertamente a più riprese di essere consapevole che di scempiaggini si tratta e che determinate cose non andrebbero fatte. Semmai Ibra consiglia in vari punti del libro di rimanere sempre fedeli a se stessi, in qualsiasi situazione, perché a lui, così facendo, è andata piuttosto bene. Giusta o sbagliata che sia questa filosofia di vita, non mi pare affatto che essa sia dannosa per l’educazione dei giovani o di chicchessia come scritto dalla Idem e da altri moralisti di professione.

Tornando al libro, la parte del racconto dedicata a Juve ed Inter è preponderante se confrontata con quella dedicata al Milan, per ovvie ragioni. Ma non bisogna scoraggiarsi, la testimonianza ‘da dentro’ dell’ultima trionfale stagione merita senz’altro un’attenta lettura, benché occorra attendere circa 360 pagine prima di arrivarvi.

Ma prima di arrivarvi non è che ci si annoi, tutt’altro. In quelle prime 360 pagine è racchiusa tutta la carriera delllo svedese, dai primi calci professionistici nel Malmö, all’esperienza agrodolce nell’Ajax fino all’avventura Italiana, alla successiva breve fuga e il ritorno.  Vi è anche la vita privata, narrata con un po’ più di cauto pudore rispetto a quella professionale come è giusto che sia, ma con tutta la franchezza di cui Ibra dispone (che ripeto è tanta, pure troppa).

In tutto il racconto, per lo meno a mio modo di vedere,  spiccano alcune situazioni, vuoi perché la mia curiosità viene da esse solleticata in modo particolare, vuoi perché semplicemente le trovo divertenti: mi riferisco ad esempio al bizzarro rapporto d’amicizia con Raiola in cui i “vaffanculo”, “fatti fottere”, “ciccione di merda” vengono elargiti come se piovesse, ma in cui si evince chiaramente anche grande affetto, lealtà e stima reciproca fra i due; oppure c’è la rivelazione del fortissimo sentimento di soggezione nei confronti di Fabio Capello, a conferma, semmai vi fosse ancora qualche dubbio, di che razza di enormi palle possegga il tecnico friulano; non mancano le descrizioni senza peli sulla lingua delle varie risse con i colleghi, sulle quali emerge quella con Onyewu, veramente strepitosa, anche per via delle stazze dei due contendenti, che non sono precisamente da normotipi. E non mancano neppure diverse stilettate al veleno ai danni  di un tecnico affermato come Pep Guardiola, i cui rapporti non idilliaci con Ibra sono vox populi da tempo, ma raccontati così, in ‘Zlataniano’,  diventano mille volte più interessanti.

E poi c’è Moggi, Adrianone nostro, Moratti, Mancini ed altro ancora. Insomma, se vi interessa compratelo ‘sto libro, mica posso raccontarvi tutto io.