Gioca bene gioca male, Lapadula in nazionale” potremmo dire parafrasando un famoso slogan di fine anni ’90 il cui protagonista era il buon Paramatti del Bologna, che però in nazionale non ci andava perché era chiuso da gente di un certo spessore.
Ecco, sono felice per Gianluca, per il quale la Nazionale è un sogno che si avvera, piuttosto che una rottura di balle come lo è per altri.
Ma è pur vero che lì davanti, più che l’imbarazzo della scelta, c’è la scelta dell’imbarazzo: Pellé, Belotti, Immobile, Pavoletti, Gabbiadini, Eder (sic!)… tanto vale che giochi Lapadula, magari la butta dentro, magari si gasa, magari al derby spacca tutto.
Già, il derby. Non lo nego, stavolta non vedo l’ora. Ma ho una fottuta paura di perderlo: sappiamo tutti benissimo che basta poco per farlo diventare l’unico obiettivo della stagione, e arrivarci da strafavoriti porta una sfiga immane.
Tuttavia non vedo l’ora, non foss’altro perché è un’altra partita del Milan, e da anni non mi capitava che non vedevo l’ora che giocasse il Milan.
Anche perché, è un dato di fatto, si vince. E vincere è bellissimo. E ne voglio ancora.
In fondo, Silvio ci ha abituato bene, e il suo addio un po’ mi spiace e un po’ mi preoccupa.
Mi spiace perché sono figlio dei suoi tempi: mi sono innamorato del Milan anche per la grandeur, per lo “stile Milan”, per i campioni, gli elicotteri, l’inno.
L’inno mi piaceva un sacco da bambino: camminiamo noi accanto ai nostri eroi, sopra un prato verde sotto un cielo blu. Il mio piccolo nipotino piange in braccio al nonno interista, piange di più in braccio a quel fesso di suo padre gobbo, ma quando è con lo zio che gli canta “e insieme cantiamo Milan Milan solo con te“, allora si calma e si rasserena.
I bambini lo sanno cosa è giusto.
Mi preoccupa l’addio di Silvio perché temo di fare la fine del Manchester Utd: uscito di scena Ferguson, sono arrivati i milioni e gli acquisti faraonici, ma si è persa l’anima, e neanche il Demone e il Maestro hanno potuto fare nulla.
Abbiamo temuto di aver perso l’anima del Milan, negli anni scorsi: forse un po’ è vero, ma io sono un romantico, e vedo l’anima del Milan quando De Sciglio entra in tackle duro con quella faccia da angioletto (De Sciglio è un vero figlio di puttana).
La vedo quando Locatelli alza la testa, quando Jack parte palla al piede che vaffanculo, quanto mi manca Kakà.
La vedo quando Lapadula gioca dieci minuti, si sbatte e ti risolve la partita, el segnerà semper lu?
La vedo quando Paletta alza il braccio e chiama il fuorigioco. Che con quel mascellone, e quella fronte immensa… quanto mi manca il Capitano.
L’anima del Milan forse c’è ancora.
E la ritrovo ogni domenica, a guardia della nostra porta, incarnata in un gigante ragazzino, che se apre le braccia, tra la mano destra e la sinistra passano due fusi orari.
Braccia che si ritroveranno con una fascia, mani che si ritroveranno con una coppa.
Se Franco, Paolo, Marco, Ruud, Dejan, Demetrio, Zvonimir hanno aiutato mio papà a farmi diventare ciò che sono, chiedo a Gigio, Alessio, Mattia, Manuel, Jack e Gianluca la stessa cosa con mio nipote.

Aneddoto conclusivo: mio nipote piange, lo prendo in braccio per calmarlo, gli canto l’inno del Milan, si calma. Dico “visto come si fa? ci pensa lo zio!”.
“Bergomi!”, aggiunge mio suocero. E piange di nuovo.
La sera del derby me la deve pagare.