Qualcuno mi ha domandato se mi sia bruciata di più la manita atalantina di domenica scorsa o il set tennistico gobbo a San Siro di ventitrè anni or sono. La risposta che ho fornito è stata immediata: il secondo. Perché quello che ne beccò sei (a uno) prima di allora era stato uno squadrone, buona parte di quei giocatori era stata in cima al mondo per diverso tempo pochi anni prima, e mi si strinse il cuore nel vederla umiliata così; quel Baresi in evidente declino, irriso più volte in velocità da Vieri (avete capito bene: in velocità, da Vieri) , fa tuttora parte dei miei incubi rossoneri  e mi mette ancora molta, molta tristezza. Quel risultato mi ferì profondamente, mi dispiacque per  me stesso, per tutti i tifosi milanisti,  ma soprattutto per quegli straordinari giocatori. Stavolta è diverso. Stavolta dispiace sì per me stesso, per noi tutti che tifiamo Milan, per noi che ancora ci ostiniamo a seguire questa squadra e a perdere del tempo scrivendo articoli e commenti in questo meraviglioso ma spossato blog, ma per nessun altro. Non c’è nessuno che scenda in campo per il quale valga la pena dispiacersi nel Milan odierno, ecco perché questa manita brucia leggermente meno rispetto a quel datato disastro casalingo contro quella Juventus lippiana.

Anzi, sbollita la naturale ira per una sconfitta di queste dimensioni, sotto sotto subentra inevitabilmente anche un briciolo di soddisfazione. Non c’è nulla di male ad ammetterlo: vedere certi personaggi, di cui è nota la tendenza a mandare il procuratore a bussar quattrini dopo una striminzita vittoria contro il Pizzighettone, a recarsi in discoteca a festeggiare o a mettere like agli avversari dopo un umiliante 0 a 5,  presi a schiaffoni, umiliati nella loro professione da colleghi che guadagnano la metà, un po’ fa godere. Di un godimento amaro, ma autentico. Quando in tre anni ti rendi conto che un gruppo non fa il benché minimo miglioramento e che anzi, peggiora, lo molli. E lo deridi.  Quando sei ripetutamente costretto a vedere gente — sempre la stessa — che passeggia per il campo qualsiasi sia il risultato, nel momento in cui essa viene ripetutamente umiliata un po’ ci godi, anche se indossa i colori da te tanto amati.  E’ umano, anche per il più duro e puro dei tifosi.

Sono tuttavia convinto che non tutti i calciatori di questo Milan siano il poco che sembrano. Le squadre di calcio sono meccanismi complessi, sono sufficienti pochi ingranaggi difettosi per far sembrare l’intera macchina un catorcio. E talvolta, anche degli ingranaggi perfettamente integri possono sembrare difettosi se montati nel posto sbagliato. Francamente non saprei quale giocatore del Milan sia sbagliato o difettoso. O meglio, ho le mie opinioni in merito, non le ho mai nascoste, ma anche in questi momenti difficili voglio mantenere la buona abitudine di non vendere le mie opinioni come certezze. Può sempre succedere che un domani, tanto per fare un esempio a caso, un Suso venga ceduto alla Juventus e lì faccia sfracelli, con tanti saluti alle mie opinioni. Dubito fortemente che possa succedere una cosa del genere a Suso (De Sciglio tanto per fare un altro esempio sta continuando a far cagare anche a Torino), ma potrebbe, è già accaduto. Il punto è che i giocatori sono importanti, in campo ci vanno loro. Ma prima di loro, in ordine d’importanza c’è chi crea loro attorno l’ambiente giusto per dare il meglio di se stessi. Non è il caso del Milan da diversi anni.

Il Milan è in vendita da troppo tempo, una decina d’anni forse più. Impensabile che i calciatori questo non lo sappiano: se non ci arrivano  da soli, ci pensano i procuratori a informarli sul quadro d’insieme, a riportare loro eventuali spifferi di corridoio e quant’altro. E’ estremamente complicato sentirsi parte di un progetto, sputare sangue per esso quando sai che tale progetto potrebbe cambiare radicalmente da un momento all’altro. Pensare principalmente allo stipendio in una realtà del genere diventa umano, specie se stiamo parlando di giovani strapagati, immaturi e caratterialmente fragili; anche se questo ovviamente è sbagliato trattandosi comunque di professionisti, e sbagliato soprattutto per l’insieme di sentimenti che la maglia di un club sportivo si porta appresso. Non sto giustificando nessuno, ce l’ho a morte con i giocatori del Milan ormai da due lustri — e confesso che pur sforzandomi non riesco a ricordare una rosa che mi stia più sul cazzo di questa —, ma è ormai fin troppo evidente quanto sia inutile colpevolizzare i singoli calciatori o i mille allenatori che si sono avvicendati sulla nostra panchina.

Saranno sempre stagioni mediocri finché non avremo stabilità ai massimi vertici. Non sto affermando che il disastro di domenica o l’andamento deludente in generale sia colpa del fondo Elliott, e a cascata dei vari dirigenti da esso scelti. Ciascuno nel proprio ambito avrebbe dovuto fare meglio, su questo non ci piove, tuttavia il supporto finanziario c’è sempre stato e l’impegno da parte della dirigenza non è mai mancato; contestualmente, purtroppo, non è mai mancata anche questa lunga e perniciosa atmosfera di provvisorietà che ci avvolge e ci inquieta. Sto dicendo che finché non verremo acquisiti da un proprietario determinato e ambizioso di farsi conoscere nel mondo dello sport, sarà impossibile sperare di formare gruppi di calciatori uniti da qualcosa che non sia lo stipendio, il cazzeggio social o chissà cos’altro che temo sia meglio ignorare. Quando colui che paga è perennemente assente fisicamente ed è palesemente a tempo determinato, ingaggiare leggende del club per trasmettere determinati valori non è sufficiente, serve soltanto a metterle in cattiva luce, a rovinare parte del prestigio che esse si sono faticosamente costruite nel corso di una meravigliosa carriera. Cambiare giocatori, allenatori, dirigenti sarà d’obbligo se si vorrà uscire da questo tunnel degli orrori, ma dovrà farlo un’altra proprietà, non mi sembra ci siano dubbi su questo.

Buone feste a tutti.