E’ stato un bel derby, ben giocato da entrambe le squadre relativamente alle caratteristiche di ciascuna. Dal punto di vista meramente statistico possiamo dire che la gara è stata equilibrata: possesso palla 50% a testa o giù di lì, tiri in porta 4 a 3 per noi, tiri totali 16 a 13 sempre per noi, calci d’angolo 8 a 4 per loro. Ma, come ben sappiamo, se le statistiche dicono molto di una partita di calcio, non dicono però tutto. Una partita di calcio bisogna vederla insomma, per comprenderne pienamente lo svolgimento.

Il pareggio è stato sostanzialmente giusto. Il Milan è partito bene, con una certa sicurezza, ma quando Doveri ha concesso un rigore per fallo di Calhanoglu su Kessiè (poiché questo è ciò che è accaduto), la gara si è fatta per noi subito in salita. L’abbiamo fortunatamente raddrizzata subito grazie a una autorete, e altrettanto fortunatamente Tatarusanu ha compiuto un autentico miracolo parando un rigore (stavolta) sacrosanto e ben calciato da Lautaro, ma bisogna ammettere che, dagli ultimi dieci minuti del primo tempo fino al 75° minuto di gioco, se c’è stata una squadra che ha sfiorato il raddoppio per un pelo questa è stata l’Inter. Il Milan, quando nel finale è riuscito a imporre un ritmo più elevato alla gara, ha avuto poi a sua volta diverse occasioni per agguantare tre punti che avrebbero inflitto agli avversari un duro colpo, fattuale e psicologico, ma in tutta sincerità bisogna ammettere che sarebbe stato un risultato non equo.

L’Inter, anche se non di molto, è sembrata una squadra più forte, ma ciò non deve trarci in inganno: il Milan proveniva da un calendario molto più duro rispetto ai neroazzurri (lo Sheriff non è esattamente il Porto, ed è solo un esempio); inoltre sono due anni che i cugini scoppiano di salute, non pigliano manco un raffreddore, al contrario del Milan che si trova sempre in situazioni d’emergenza, e sappiamo benissimo quanto questo possa prosciugare il serbatoio energetico di una squadra.  Il Milan ha dimostrato di sapere stringere i denti e reagire nei momenti di difficoltà, e ciò non può che renderci orgogliosi e ottimisti.

E’ difficile biasimare qualcuno dei nostri per la prestazione di ieri. Sicuramente Ballo-Tourè, autore della cazzata planetaria causa del secondo rigore — anche se poi bisogna dargli atto di avere salvato una palla clamorosa sulla linea di porta. Un po’ anche Diaz, molto volenteroso ma ancora distante dalla forma d’inizio stagione. Kessiè di default, ma anche perché ha commesso una sciocchezza immane  sul primo rigore e si è pappato un gol a porta vuota che avrebbe insaccato agevolmente anche il mitico Luther Blissett (bendato).

Sono invece molti i nostri con cui dobbiamo complimentarci. Con i soliti noti Tomori, Tonali, Kiaer e Calabria; con i subentrati Kalulu, Saelemaekers, Rebic e Bennacer; con Leao finché ha avuto benzina (la spia della riserva è illuminata da un bel pezzo); con Tatarusanu (in uno dei rari casi in cui la paternità di un rigore fallito va al portiere); con Ibra (ma solo per l’ultimo quarto d’ora di fuoco); con Florenzi, che ha sclerato per la smodata esultanza di uno sciocco avversario; con Krunic, che ha svolto egregiamente il ruolo di mastino di Brozovic; con Pioli, perché raramente sbaglia una mossa.

Complimenti alle due tifoserie e in modo particolare alla  Curva Sud: quella coreografia, specie dopo gli scontri pomeridiani fra decerebrati scoppiatimi proprio sotto casa per una partita di merda come Ravenna-Prato, mi ha riconciliato con lo sport.

Due parole sul turco. Poteva risparmiarsi l’esultanza polemica dopo il rigore che ha preteso di tirare per togliersi chissà quale sassolino dalla scarpa, tuttavia bisogna ammettere che ha dimostrato un sorprendente fegato, e che la sua gara è stata nel complesso buona. I cugini ora sanno che potranno ammirarlo ancora a questi livelli non prima della ventitreesima giornata. A essere ottimisti.