Approfitterò della pausa-campionato per raccontare una storia. Una storia di sport.  Eviterò di tediarvi con banali copiaincolla da wikipedia, che non avrebbero senso  e sarebbero poco spontanei. Desidero insomma narrare quali fossero le mie sensazioni all’epoca in cui la squadra europea di basket più forte di tutti i tempi stupiva noi appassionati di tutto mondo. Ed andrò a memoria, basandomi su letture del passato e documentari a cui ho assistito sull’argomento. Per cui dovrò essere scusato per eventuali inesattezze (è bene mettere sempre le mani avanti).

Un avvertimento: non sarò breve.

Orbene, gli ignorantoni in materia si domanderanno: ma quale cazzo è la squadra europea di basket più forte di tutti i tempi?

E’ presto detto: nessuna squadra di basket (ma ho l’mpressione nessuna squadra punto) ha mai avuto il merito e la fortuna di riuscire  a concentrare tanto talento al suo interno quanto quella Jugoslava di fine anni ’80 ed inizio anni ’90. Fu l’ultima squadra della Jugoslavia  autentica, o almeno di quella che io avevo sempre ritenuto tale, poiché così genitori ed insegnanti me l’avevano sempre presentata, cioè come Stato confinante dell’Italia composto da Serbia, Montenegro, Croazia, Slovenia e via dicendo. Uno Stato che, con orrore, vidi col tempo sgretolarsi e disciogliersi in un insensato lago di sangue.

Ma facciamo un passo indietro. Devo farlo, altrimenti ad alcuni potrebbe risultare incomprensibile questa  mia passione per il basket balcanico.

Sono cresciuto nel mito del basket jugoslavo. Negli anni ’70, all’inizio dei quali gli slavi conquistarono il loro primo alloro mondiale,  noi poppanti italiani aspiranti cestisti scendevamo in cortile o ci ritrovavamo in oratorio per sparare orrende pallonate contro canestri arrugginiti malamente fissati su improbabili tabelloni di legno marcescenti, scimmiottando goffamente i movimenti di campioni di cui neppure eravamo in grado di pronunciare il nome. Avendo una fame esagerata di basket, ed essendo la RAI come sempre poco generosa nei riguardi di sport che non fossero calcio, ciclismo o Formula 1, avevamo trovato il modo di sintonizzarci, in una sorta di lurking ante litteram, con la TV Koper-Capodistria (beh insomma, non era difficile, bastava smanettare un po’ nel manopolone laterale). Il sabato pomeriggio, dopo la scuola, terminate le comiche di Hal Roach sul secondo canale RAI, ci facevamo vere e proprie scorpacciate di campionato jugoslavo di basket. In bianco e nero ovviamente, con un sacco di puntini bianchi a disturbare la visuale. Ma chi se ne fregava, si vedeva sufficientemente, e all’epoca  delle menate tipo 3D e HD che ne sbattevamo; e poi, a narrare in modo magistrale quanto stava accadendo sui parquets d’oltre Adriatico, c’era la voce stentorea del mitico telecronista triestino Sergio Tavcar, un tipo antipatico come la merda, ma grandissimo intenditore e  professionista come pochi altri.

I protagonisti di quelle partite, li seguivamo con particolare attenzione perché poi ce li ritrovavamo contro la nostra Nazionale nei vari appuntamenti internazionali. In Italia ovviamente,  si osservavano questi talenti slavi con la consueta puzza sotto al naso. “Chi, gli jugoslavi? Quelli del ‘corri e tira e basta’?”.

Comunque sia, correndo e tirando e basta, sotto i miei occhi colmi di una strana mistura composta da odio ed ammirazione, gli slavi ci facevano un culo così con una puntualità umiliante. Mirza Delibašić, Dragan Kićanović, Dražen Dalipagić, Krešimir Ćosić, così si chiamavano alcuni di loro. Costoro, oltre ad essere dei fuoriclasse che vinsero tantissimo, ebbero il grande merito di fare da apripista alla generazione successiva di fenomeni jugoslavi, di quelli che formarono la più grande squadra europea di basket di tutti i tempi.

Vlade e Dražen

Quella squadra noi sventurati tifosi della Nazionale azzurra ce la ritrovammo  fra i coglioni un po’ come quella degli anni ’70, ossia improvvisamente. Di certo non si trattò di un caso.  Non ricordo francamente come nacque la grande scuola jugoslava di basket. Qualcosa qua e là ho letto, ma… non so, probabilmente vi era – e vi è tutt’ora – una certa predisposizione fisico-atletica in quelle popolazioni; poi devono aver fatto il resto altri fattori, tipo la strada aperta in passato dai campioni di cui ho parlato sopra, i quali a loro volta dovevano le straordinarie carriere alla  passione e alla competenza del padre del basket jugoslavo, Aza Nikolić.  Fatto sta che Vlade Divac, Toni Kukoč, Dino Rađa, Žarko Paspalj, fuoriclasse che come si suol dire ‘ne nasce uno ogni vent’anni’, si ritrovarono per miracolo ad essere invece tutti coetanei o quasi, e a giocare, dalla seconda metà degli anni ’80 in poi, nella stessa Nazionale.

A questo, come se non bastasse, si aggiunse la presenza in squadra del più grande talento mai visto su un parquet europeo: il Mozart Dei Canestri, il mostruoso Dražen Petrović. Il classico tipo che ‘così  ne nasce uno ogni cent’anni’.

Il croato  Dražen Petrović, guardia di 195 centimetri o giù di lì, era uno spettacolo. Di lui se ne leggeva di ogni. Che fosse un autentico maniaco del basket, che stesse ore ed ore ad allenarsi, che parlasse e pensasse basket 24 ore su 24, che per quisquilie come la gnocca non avesse tempo. Sarà. A me pareva facesse le cose in campo con una naturalezza che nessun allenamento, anche il più maniacale dell’universo, avrebbe mai potuto regalare a chicchessia. Una specie di Maradona del parquet. Dražen Petrović era il basket. Punto. Lo capivo pure io, il che è tutto dire. Ma Dražen Petrović era anche un tipo fortunato, sportivamente parlando. Egli sarebbe potuto nascere in un Paese dove il basket non era popolare, oppure in un periodo più povero di compagni di squadra alla sua altezza. E allora il suo talento forse non avrebbe avuto modo di sbocciare appieno. Oppure sì, chi può dirlo? Comunque Dražen ebbe il culo di nascere in Jugoslavia, e di ritrovarsi in Nazionale un sacco di tipetti dotati di talento immenso, non come il suo ma quasi. I serbi Vlade Divac, Žarko Paspalj, i croati Toni Kukoč, Dino Rađa.

Leggevo spesso di loro, e, per quanto possibile, non mi perdevo una loro partita.  Quella squadra, oltre che spettacolare e talentuosa, faceva impressione per l’idea di coesione che trasmetteva. Sembrava una grande famiglia giocherellona e, ancora oggi, leggendo le interviste dei giocatori, se ne ha la conferma. Vlade era come un fratello per  Dražen e viceversa. Toni, Dino e Žarko stravedevano per  Dražen , egli era il loro leader indiscusso.

Presero un po’ tutti la strada della NBA. Diventarono delle stelle anche negli USA, e d’altronde nessuno avrebbe mai avuto dubbi che ci sarebbero riusciti. Si arricchirono, molto,  ma non cambiarono di una virgola i rapporti fra loro. Quando era il momento di riunirsi in Nazionale era una festa, una magnifica rimpatriata. E ciò si rifletteva sul campo: spettacolo puro, avversari schiacciati. Americani compresi, i quali, non degnandosi di mandare le loro formazioni migliori alle competizioni importanti (presentando comunque ottime squadre, beninteso), dovettero inchinarsi pure loro alla forza dei fenomeni slavi capitanati da  Dražen.

Tutto questo cessò di botto. Scoppiò la guerra balcanica, e in un primo tempo sembrava che nemmeno un evento così tragico e cruento potesse scalfire la magia di cui era imbevuta quella squadra. Ma fu un’illusione: dopo l’ennesima gara vinta,  un tifoso ebbe la malaugurata idea di scendere in campo ed avvolgere il gruppo di giocatori festanti con una bandiera croata. Vlade Divac, il serbo Vlade Divac, d’istinto, strappò di mano quella bandiera al tifoso e la mise in disparte, per dimostrare che lì quelle divisioni non esistevano, che lì esisteva soltanto un’unica famiglia, unita e vincente.

Ma si sbagliava.

I croati in squadra, che erano assai numerosi, non la presero benissimo, ma quel che è peggio è che i rapporti di Vlade con il ‘fratello’ Dražen, da quell’episodio in poi, non furono più gli stessi. Malgrado i 216 centimetri d’altezza e l’aspetto inquietante, Vlade è un sentimentale. Tentò  varie volte di riallacciare i rapporti con l’asso croato, di spiegare le proprie ragioni, ottenendo però dal compagno di mille battaglie soltanto una glaciale cortesia.

La fine della guerra sancì definitivamente la frammentazione politica della Jugoslavia, il che automaticamente decretò la nascita di nuove Nazionali. Quella croata, guidata manco a dirlo da un sempre più immarcabile Petrović e dai fenomeni Kukoč e Rađa, giunse in finale alle Olimpiadi di Barcellona del ’92, e perse onorevolmente contro il Dream Team composto da Michael Jordan, Scottie Pippen, Larry Bird, ‘Magic’ Johnson e compagnia. In molti, me compreso, si domandano che cosa sarebbe accaduto se a quelle olimpiadi si fosse presentata la Jugoslavia di un tempo, quella con Vlade Divac al centro dell’area. Probabilmente avrebbe perso lo stesso poiché all’epoca era improbabile che una squadra con Jordan in campo potesse lasciare ad altri una competizione importante. Ma la curiosità resta.

Un giorno Petrović, in seguito ad una partita della nazionale croata disputatasi in europa, decise di fare un salto a casa in macchina, accompagnato dalla fidanzata. Era stanco, decise di lasciare guidare lei e di schiacciare un pisolino. Pisolino da cui, purtroppo, egli non poté risvegliarsi mai più. Lo schianto fu brutale, il retro di un TIR pose fine, a soli 28 anni, alla vita del più grande cestista europeo di sempre, leader della più grande squadra europea di sempre. Era il 7 giugno del 1993.

Vlade, alla notizia, ne fu devastato. Pur essendo ormai un ricchissimo e felice padre di famiglia, nonché personaggio assai rispettato in Serbia, egli vive ancora oggi nel ricordo di quella grande squadra e nel dolore per non essere stato in grado di spiegarsi con colui che considera ancora un vero fratello (bellissimo il film-documentario Once Brothers da lui interpretato sull’argomento).

Dražen è un eroe nazionale in Croazia. A Zagabria vi è una statua eretta in suo onore. I New Jersey Nets, sua ultima squadra in NBA, hanno ritirato la maglia che gli apparteneva, cosa insolita nei riguardi di un giocatore europeo. Una maledetta guerra pose fine prematuramente ad una squadra fantastica, un dannato incidente automobilistico alla vita e alla carriera di un talento che forse, in Europa, non nascerà più se non fra  cent’anni.

Scusate la prolissità, ma ci tenevo.