Milan-Juventus è stata una partita memorabile. Loro molto più forti, più organizzati, più squadra. Noi poco sopra le sabbie mobili, loro in cima alla classifica. Battuti i gobbi con tanta grinta, fame, intelligenza ma soprattutto utilizzando una delle loro armi preferite: l’errore arbitrale favorevole. Una goduria.

L’importanza del match e la successiva vittoria tuttavia, hanno posto un po’ in secondo piano il ritorno al Meazza di Marco Van Basten. Ed è normale che uno come me, che da circa sei anni si porta appresso un nick in onore di questa divinità calcistica, trovi la cosa inammissibile.

In tribuna c’era il Cigno. Lui, il Cigno di Utrecht, Emmevubi, Marcel, Marco Van Basten. Qual era il nomignolo affibbiatogli da Pellegatti? Ah sì: Guido Cavalcanti, mi pare. Normalmente mi stanno sulle balle i nomignoli di Pellegatti, ma vabbe’, questo si può tollerare.

Marcel è tornato, dunque. L’ha fatto per celebrare il ventennale della magica quadripletta di Champions contro il Goteborg. La più brillante idea partorita dalla società quest’anno dopo il riscatto del Faraone e la fiducia concessa a De Sciglio. L’invito dico. La partita in questione la ricordo come se fosse ora: le grida strozzate del bravissimo Pizzul (“Goollleee!!!”), le facce attonite dei vichinghi irrisi, ubriacati e nel contempo affascinati da questo inimitabile mostro del calcio che evoluiva loro intorno sul campo sfoggiando l’intero, vastissimo repertorio di cui madre natura l’aveva dotato. Fu una notte da sogno.

Ho sempre detto di provare un certo imbarazzo a scrivere di lui. Ed è vero. Ma la ricorrenza mi costringe a vincere i freni inibitori. Quindi ci proverò.

Sentii parlare di questo giocatore per la prima volta da mio cugino, milanista sfegatato all’epoca, più tiepido ora ma sempre fedele. Egli aveva un amico, un italiano che viveva in Olanda, il quale soleva tenerlo informato sul calcio olandese. Silvietto era scatenato sul mercato all’epoca, le voci non erano mai soltanto voci: se circolava un nome, eravamo certi che presto quel nome sarebbe stato messo a libro paga (anche in nero, ma questo l’avremmo scoperto soltanto in seguito).

“Sono due, sono olandesi: uno è Gullit, costa un fottio, l’altro è Van Basten, costa molto meno. Comunque per Silvio non è un problema: li prende entrambi” fece un giorno mio cugino.

“Gullit? Cazzo, Gullit? Mamma mia, l’ho visto, una bestia!”. Non stavo nella pelle.

L’avevo visto davvero Gullit, non ricordo dove. Non certo su YouTube, magari in qualche spezzone mandato in onda durante Sportsera oppure addirittura in una partita di Coppa. Ma l’avevo visto. Una montagna di muscoli, rapido come un fulmine, arrestabile in progressione soltanto con l’ausilio di un fucile per elefanti, forte con entrambi i piedi, micidiale di testa, trombatore instancabile. Sapeva fare praticamente tutto, anche il difensore centrale.

“Sì, ma viene anche Van Basten.”

“Okay,  vabbe’, ma ci pensi? Gullit cazzo… ma l’hai visto? Io l’ho visto!!!”

“Ehm, io no, ma guarda che il mio amico dice che quello forte è Van Basten. Tutti in Olanda dicono che quello forte è Van Basten.”

Non lo cagavo. Ero talmente arrapato per Gullit che manco lo stavo ad ascoltare. Oppure, se qualcosa riusciva per puro caso a penetrarmi nelle orecchie, non ci davo peso: “Seee, più forte di quella montagna nera e cappelluta può essere soltanto un marziano. Quindi  Maradona. Forse. Giunsi alla conclusione che l’amico di mio cugino, in Olanda, doveva fumarsi l’impossibile.

Ma mio cugino insisteva imperterrito: “Credimi, quello forte è Van Basten. In Olanda dicono così.”

Incuriosito, anziché uscire e andare a figa con scarso successo come al solito,  assistetti alla finale di Coppa delle Coppe nella quale Marco era impegnato con la sua Ajax contro la Lokomotive di Lipsia. Non ne rimasi impressionato. Il Cigno si nascose per quasi tutta la gara. Okay, il tocco di palla era quello dei campioni, le movenze eleganti erano fuori dal comune, la stazza era notevole, l’agilità la si intravedeva. Ma nessun fuoco d’artificio, non so se mi spiego. Unico lampo, il gol che decise la partita e consegnò la Coppa agli olandesi: la testina del Cigno sbucò improvvisamente da una selva di difensori e buonanotte, partita chiusa. Non è poco dirà qualcuno, e concordo. Ma mio cugino – e indirettamente il suo cazzo di amico – mi avevano fatto una testa così di questo giocatore; un guizzo in novanta minuti non era sufficiente a mettere in secondo piano Ruud Gullit, proprio no. Alla fine, quella sera, avevo cuccato tanto quanto probabilmente avrei cuccato uscendo, cioè zero, quindi i rimpianti non furono eccessivi. Tuttavia i dubbi calcistici mi erano rimasti tutti quanti.

Fatto sta che le operazioni di mercato si fecero. Ruud venne per una dozzina di miliardi, Marcel per uno e mezzo (prendete queste cifre con le molle, la memoria è quella che è). Ruud la prima stagione fu devastante, Marcel fu perseguitato dalla stessa caviglia che di lì a pochi anni ne avrebbe decretato il prematuro, doloroso ritiro. Fece a tempo a rientrare per regalarci uno strepitoso gol contro l’Empoli ed uno a Napoli nella memorabile vittoria per 3 a 2 del San Paolo, entrambi i gol partendo dalla panca poiché i novanta minuti ancora non li aveva nelle gambe. Gol pesanti, che contribuirono enormemente  a sfilare lo scudo dalle maglie napoletane (altro che camorra e dietrologie del piffero), ma non sufficienti a farmi cambiare idea: Gullit, per me, restava sempre il numero uno.

“Ha talento, classe, ma fisicamente è fragilino. Gullit è un extraterrestre, è continuo,  è indistruttibile.” dissi a mio cugino.

“Quello forte è Van Basten. Gullit è forte, ma molto meno. Lo dicono in Olanda.”

“MOLTO meno?… ma va’ a cagare, te e gli olandesi… “

Una piccola digressione: notare che le discussioni di allora erano incentrate su chi, fra Gullit e Van Basten, fosse quello più forte. Ora si creano interminabili baruffe fra quelli pro  e quelli contro Allegri. Fate voi…

Ad ogni modo, tornando a Marcel, diciamo che la stagione successiva, quella della consacrazione, convinse anche me. I guai fisici sembravano uno sgradevole ricordo, mentre Ruud, dal canto suo, cominciò a rivelare al mondo che poi così indistruttibile non era e che i malanni e le debolezze che talvolta colpivano i calciatori terrestri potevano toccare anche a lui.

“Avevi ragione, cugino: per quanto forte sia Ruud è più forte Marco” ammisi finalmente.

“Per forza: lo dicevano in Olanda…”

“Si vabbe’, che due maroni…”

Il resto della storia lo conoscono tutti. Finché durò – e durò comunque sempre troppo poco – Marco Van Basten mise d’accordo tutti, cacciaviti ed avversari. Personalmente ne ero ossessionato. Stesso anno di nascita,  identica corporatura (un metro e 88 per un’ottantina di chili), piedi un tantino migliori i suoi, capigliatura infinitamente meno assurda la mia. Insistetti pure per cambiare ruolo nella squadretta amatoriale in cui mi dilettavo a scazzotar palloni assieme gli amici: da ruvido mediano tritagambe che ero, insistetti a più riprese per farmi spostare al centro dell’attacco, ma per fortuna i compagni mi mandarono cordialmente a cagare e mi lasciarono là dietro, a sputare i polmoni.  Ero arrivato al punto di tifare quasi più per Van Basten che per il Milan. Un’eresia. Ma a parte queste sciocche, personali ragioni, dovrebbe essere sufficiente il ricordo delle due Champions consecutive vinte da assoluto protagonista per spiegare Van Basten. Impossibile per me, per tutti noi cacciaviti di allora non amarlo alla follia. Ma anche il cacciavite che per motivi anagrafici non avesse mai visto all’opera questo fenomeno non potrebbe non covare dentro di sé la consapevolezza di ciò che è stato lui per noi. Non potrebbe permetterselo, non potremmo permetterglielo.

Bentornato Marcel, ci si rivede sempre con grande piacere. Grazie di essere esistito.