Niang ha una stella, Conte ne ha 3 sul campo…

La buona stella (no, non quella che un barbiere seghino ha ritagliato sulla capoccia vuota di Niang) che ultimamente accompagna il Milan deve avermi contagiato: e così, grazie anche alle improvvise sbronze che colgono il mio pregiatissimo e stimatissimo collega Betisquadra mandandolo KO, mi ritrovo a dover essere io a infamare i seghini di giornata avendo a disposizione la madre di tutte le seghinate. Ma andiamo con ordine.
Dopo la perla di venerdì scorso (di cui vi dirò dopo), e complice la spalmatura delle partite su 3 giorni, mi sono ritrovato domenica pomeriggio a sonnecchiare guardando Palermo-Atalanta, partita la cui bruttura avrebbe dovuto convincere l’arbitro a sospenderla per incapacità di praticare il gioco del calcio.
Tra uno sbadiglio e l’altro, due immondi seghini hanno ridestato il mio interesse: il primo è Facundo Parra, carneade argentino già mattatore nella retrocessione conquistata dai Funebreros del Chacarita Juniors in patria.
Il novello erede di Ruben Sosa prende palla alla tre quarti, scarica sulla fascia per Jack Bonaventura che di prima la mette in mezzo servendo Parra all’altezza del dischetto: l’argentino calcia di prima intenzione, sparando un missile e insaccando il pallone nella rete di quattro pescatori di Mondello appena tornati da una gita in barca pomeridiana.
Un gesto simile non poteva non suscitare compassione e tenerezza nell’altro seghino della partita, il connazionale Santiago Garcia il quale, anziché ostacolare l’altro argentino Denis, con una serie di svarionate lo lascia libero di centrare la porta e dare la vittoria all’Atalanta, portando inevitabilmente il Palermo a cambiare allenatore.
Cambio di allenatore che probabilmente gioverebbe anche ai prescritti d’oltreNaviglio, autori di una roboante prestazione con il Siena conclusasi col punteggio di 3 a 1. Per gli avversari.
Non potendo elencare le innumerevoli seghinate dell’intero undici nerazzurro che s’è fatto recuperare 13 punti dal Milan, mi soffermo un attimo sulla dirigenza.

Lacrime amare per lo Special Uàn de noantri

In estate, mentre corteggia Paulinho, prende un cardiopatico convalescente per costruirgli la squadra attorno, e lui la ripaga con 5-6 partite e poi un infortunio e svariate partite giocando da fermo, forse perché impegnato ad amare Milano e l’umiltà dei compagni. Piazza un paio di buoni colpi (Palacio, Guarin) che la tengono appesa fino a gennaio, quando i nodi vengono al pettine e il mister Macinascroti non sa più cosa inventarsi (copiare Ranieri non è stata una grande idea) e chiede rinforzi a centrocampo e davanti, dato che sempre la dirigenza nel frattempo ha pensato di metter fuori squadra il giocatore più forte.
Arriva Gennaio, e mentre corteggiano ancora Paulinho, puntano dritto ai grossi nomi del mercato: Lampard, Dzeko, Van der Wiel, più qualche giovane promettente come Bellomo.
E mentre la squadra inanella prestazioni scandalose, la dirigenza finalmente interviene: manda due giovani promettenti come Livaja e Coutinho, e in cambio prende il panchinaro bollito di una diretta concorrente in classifica, oltre a un bambino croato e ad un serbo già fallimentare. Intanto il Milan prende Balotelli: hanno appena finito di dire “hanno preso uno scarto della squadra a cui noi abbiamo rifilato uno scarto”, che il vero colpo di Gennaio, Schelotto (il “panchinatore di Zanetti”) si perde Rubin che la mette al centro per Emeghara il quale insacca senza problemi. Il mister, che non a caso è soprannominato “Stratantarobba”, prende il bambino croato, gli mette la maglia numero 10, e gli dice: “Boban ha detto che sei forte, vai e risolvi”. Indovinate com’è finita?

Male è finita, come la carriera di Bonera che, anziché rendersi conto d’esser un difensore totalmente inutile e dannoso, si ostina a voler mostrare d’aver qualcosa da dare. Domenica scorsa, nell’ennesimo tentativo fallito di fermare Di Natale, si fa anticipare di testa da quest’ultimo (e, ricordiamolo, Di Natale è alto solo 1,70m) , lasciando Zapata solo contro 3 e causando di fatto il gol dell’Udinese.
Per fortuna ci pensa Balotelli a rimettere le cose a posto e a concludere bene una giornata calcistica che era iniziata male, molto male, almeno per Zeman.

“Daje.”

Quasi omonimo del portiere che, parando i rigori di Donadoni e Serena, ci vietò la finale del mondiale casalingo, solo omofono del difensore pilastro del Barcelona che ne prese 4 dagli Invincibili, questo ignobile estremo difensore uruguaiano di nascita ma legittimo possessore del passaporto di Seghinolandia si rende infatti protagonista dell’autogol più ridicolo della storia della serie A.
Una Roma imbarazzante lascia dilagare il Cagliari: un tale Avelar, dopo aver malamente arato la fascia sinistra, piazza un cross col mancino che al confronto Antonini ha il piede di Robben. La palla si impenna, ha una traiettoria troppo esterna, e ricade docilmente vicino la traversa tra le mani di Goicoechea che, con un leggero balzo, la afferra con entrambe le mani e la blocca. E poi se la mette in porta.

In quel preciso istante, l’intera curva giallorossa chiede a gran voce di vedere il Vaticano raso al suolo e di veder costruito al suo posto un immenso bioparco.
Un attimo dopo, l’impietosa regia di Sky si sofferma sul volto impietrito di Stekelemburg: chissà come si dice “seghino” in olandese…