Nonostante tutti o quasi siano convinti della totale incidenza dell’allenatore nei destini delle squadre di calcio professionistiche, continuo a credere che quello del mister sia un ruolo di una certa importanza, ma limitata. Credo si tratti di un ingranaggio fondamentale, ma non decisivo quanto lo può essere ad esempio il progettista dell’intero marchingegno. I discorsi che riguardano gli allenatori servono per lo più a passare il tempo, a fare i fighi e, naturalmente, a cercare di trovare una spiegazione ad un qualcosa che la mente di ogni tifoso tende a rifiutare, ovvero l’eventualità che la propria squadra del cuore di tanto in tanto possa anche essere scarsa; o, peggio, per fare in modo che le colpe di qualcuno, per cui magari si prova simpatia o di cui si è a libro paga, passino sotto silenzio. Questa storia è vecchia come il calcio, suppongo. Di certo è vecchia quanto lo sono io.

Se vogliamo restare in ambito milanista, anche mostri sacri della panca come Rocco, Liedholm, Sacchi, Capello e Ancelotti, trovarono grosse fette di tifo che rabbiosamente pretendevano di insegnare loro il mestiere di allenatore. Ricordo che un tizio che conoscevo ne diceva di ogni di Fabio Capello, benché questi stesse facendo incetta di titoli e sbriciolando record di imbattibilità, soltanto per nostalgia  del gioco spumeggiante (ancorché oggettivamente meno redditizio) di Arrigo Sacchi. Ma attenzione, anche quest’ultimo non era esente dalle feroci critiche di molti: di lui, benché godesse di ampio consenso grazie alle novità tattiche introdotte e ai successi ottenuti dopo anni di magra, si criticava la rigidità caratteriale e il fatto che spremeva all’eccesso, fisicamente e psicologicamente, i mammasantissima della rosa (ammetto senza problemi di essere stato fra coloro che ne chiedevano la testa con una certa convinzione). Rocco non ricordo di cosa lo si accusasse, ero troppo piccolo, ma ricordo che qualcosa c’era anche per lui, mi pare gli si rinfacciasse un certo eccesso di difensivismo, nonostante le sue squadre schierassero spesso numerosi elementi dotati di caratteristiche  prevalentemente offensive. Liedholm,   pur essendo egli  una leggenda milanista e persona estremamente gradevole, si vide sfondare la panchina da una sassata lanciata da un balordo;  gesto di un pirla isolato, è vero, ma è anche vero che il malcontento per il gioco compassato dello svedese, giudicato non più al passo coi tempi, serpeggiava già da tempo, da ben prima di quello sciagurato tiro al bersaglio. Per quanto riguarda Ancelotti si sa, è storia recente: di lui venivano – e tutt’ora vengono –  messe in risalto più le rare sconfitte rispetto alle numerose vittorie, oltre ad una certa lentezza di gioco (per ironia della sorte come accadeva al suo primo maestro Liedholm), alla tendenza a fare affidamento sempre agli stessi uomini e un po’ di mollezza  nei momenti in cui c’era invece da suonare la carica.

Tutto questo lungo, stucchevole, nostalgico preambolo per introdurre il discorso Allegri. Uno degli allenatori vincenti più insultati dai milanisti nella storia del Milan, ancor più di quelli perdenti ed esonerati dopo poche giornate. L’incompetente di Livorno, la Capra. Quello il cui ingaggio avrebbe dovuto decretare il tramonto del recente ciclo juventino. Quello che avrebbe dovuto causare ai gobbi danni irreparabili. Proprio perché spinto dalla curiosità per l’Allegri gobbo, sabato scorso ho voluto vedere all’opera la Juventus per la seconda volta in stagione. La prima volta l’avevo vista mio malgrado contro di noi, ma quando gioca il Milan trovo sempre  difficoltoso  farmi un’idea precisa sull’avversario; per cui, pur avendo potuto constatare la forza gobba in quella prima occasione, ho voluto approfondire, sopportandone masochisticamente  una seconda.

I detrattori di Allegri non ammetteranno mai che il livornese non è quel cane che essi dipingono: si sa, chi discetta abitualmente di pallone soffre della Sindrome di Fonzie, e assai raramente riesce ad ammettere di avere sostenuto tesi errate per mesi, anzi per anni. Perciò già mi immagino che cosa diranno: “Allegri sta sfruttando il lavoro di Conte”.  Che è pleonastico, poiché è normale che un allenatore, ereditando un gruppo dal predecessore, ne sfrutti la passata esperienza, ovviamente se essa è stata vincente. Sacchi sfruttò l’impostazione tattica già collaudata da Liedholm, Capello quella di Sacchi – poi il gruppo di fenomeni invecchiò ed i successori non poterono sfruttare più un beneamato caspio. Allegri sta facendo lo stesso. Che avrebbe dovuto fare, stravolgere un modello vincente per dare soddisfazione ai detrattori? Il possedere buon senso nel proprio lavoro e l’umiltà di riconoscere la qualità di quello altrui è un pregio, non un difetto. Peraltro,  qualcosa di suo, la cosiddetta capra ce l’ha messa in questa Juve: un possesso palla più insistito, meno frequenza nel gioco sulle fasce, più inserimenti centrali. A me piace meno questo tipo di gioco rispetto al precedente a dire la verità, e in generale non ho mai amato il gioco allegriano, ma tutto ciò, fra campionato e coppa, ha prodotto la bellezza di 12 gol realizzati, zero subiti, sei vittorie su sei partite, una sensazione di dominio assoluto del campo e un Buffon che, a parte un rigore parato, ha potuto tenere in serbo le energie per la D’Amico.

Magari la Juve non vincerà alcunché quest’anno, magari sì, questo lo scopriremo solo vivendo. Di certo però c’è che Allegri ha distrutto un bel nulla. Niente male per una capra incapace.

allegri

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