Poiché questo è il mio ultimo post prima della pausa estiva agostana, vorrei un attimo fare il punto della situazione, perché magari tra un mese o un mese e mezzo sarà interessante capire quanto la società avrà effettivamente messo mano ai problemi della squadra. Tanto per iniziare, direi che, a oggi, il Milan giocherebbe così, probabilmente:

Probabile formazione titolare del Milan a oggi

Probabile formazione titolare del Milan a oggi

A mio avviso, un modo per giudicare l’operato della società e gli obiettivi realistici della rosa che sarà messa a disposizione di Sinisa Mihajlovic a fine agosto è quello di ricordarci da dove siamo partiti, cioè da un decimo posto in Serie A in una stagione senza coppe europee. Diamo la loro quota di colpe al precedente allenatore, agli infortuni e al destino cinico e baro, e mi pare piuttosto pacifico concludere che si parte da una rosa capace di lottare per un posto in Europa League – uno di quelli che ti fanno fare le trasferte in Finlandia a inzio agosto – e non è nemmeno detto che ci si riesca. Su questa base dovremmo misurare, a mio avviso, l’upgrade che la società fa e farà, ricordandoci che, a differenza degli altri anni, ci troviamo con una potenza di fuoco dichiarata di 150 milioni (non ho capito bene se si tratti solo di cartellini o anche di stipendi).

L’attacco è affollato nonché rivoluzionato sia nel modulo sia negli uomini, a centrocampo (il reparto decisamente più scadente durante le ultime due stagioni) si sono fatti innesti potenzialmente buoni ma che al momento non garantiscono un sostanzioso salto di qualità, mentre la difesa ha visto un certo sfoltimento (bene), restando però quella che abbiamo visto nella seconda parte della stagione passata. Il centrocampo, in particolare, è un cantiere col cartello “LAVORI IN CORSO” messo proprio in bella vista: il modulo richiede un trequartista, per esempio, ma tra i candidati al ruolo (Bonaventura, Bertolacci, anche Montolivo che ha occupato quella posizione in nazionale) non ce n’è uno che sia un dieci vero e proprio. La nota ironica in tutto questo è che l’adattamento di un giocatore di metà campo o di fascia in una posizione centrale avanzata sarebbe un ritorno pieno all’allegrismo, visto che, l’ultima volta che l’attuale allenatore della Juventus ha utilizzato come titolare fisso un trequartista nel suo ruolo, si trovava ad allenare il Cagliari e il giocatore in questione si chiamava Andrea Cossu.

Se il salto di qualità in attacco ce lo farà fare l’acquisto di Zlatan Ibrahimovic, c’è da dire che questo Carlos Bacca, numeri alla mano, pare un giocatore che la mette dentro con una certa regolarità. Da quel che ho capito (onestamente, il giocatore l’ho visto in qualche spezzone di Europa League e in qualche videoclip caricato su YouTube), Bacca è prolifico quando ha una squadra dietro che lo aiuta a essere tale, cosa che rende ancora più urgente la ristrutturazione del centrocampo. Ulteriore appunto, tutto personale e che mi espone a numerosi sberleffi ora e nel futuro: nella categoria degli attaccanti che segnano tanto se messi nelle condizioni giuste è sempre stato Mattia Destro. Ora, non voglio fare l’apologia dei quattro mesi di Destro al Milan perché sarebbe veramente esagerato, però, considerata la pochezza mostrata nella scorsa stagione dai rossoneri nella costruzione del gioco e nella creazione di occasioni, resta un certo pensiero nella mente per cui, forse, l’attaccante goleador potenzialmente l’avevamo già preso. No, non sto lamentandomi, davanti voglio solo Zlatan, ma prendete queste righe come una nota a margine, ecco, come quegli appunti che si scrivevano a lato dei manoscritti medievali, spunti di riflessione o precisazione, che arricchivano i testi e facevano diventare, talvolta, quasi indistinguibile il pensiero originario dell’autore dagli appunti dei lettori susseguitisi nel tempo. Per quel che riguarda Luiz Adriano, la metto giù semplice: non mi piace, non l’avrei preso, ma capisco l’esigenza di coprire il duo d’attacco per non correre il rischio di ritrovarsi con Alessandro Matri titolare dopo settimane di (giuste e fondate, per carità) promesse di mercato.

Una difesa non ritoccata significa, quasi automaticamente, difesa da ritoccare, almeno in tempi di (presunte) vacce grasse. Poiché si sono spesi, finora, un po’ più di 50 milioni in cartellini, mi pare ovvio che, presumendo che i 150 milioni stanziati da Fininvest in attesa della cessione del 48% del Milan siano intesi come fondo per il solo acquisto delle prestazioni dei giocatori, spazio per investimenti sostanziosi in questo reparto ce ne siano – cioè investimenti che non includano solo il bravissimo ma giovanissimo (oppure giovanissimo ma bravissimo, a seconda del punto di vista) Alessio Romagnoli.

Per concludere: a mio avviso, nonostante i titoloni e l’entusiasmo, la società non è ancora andata a incidere fortemente per cambiare la situazione a livello tecnico. Da un lato c’è da dire che la base di partenza è molto povera e che, stando a quello che si legge, ci sia una certa consapevolezza della necessità di altre operazioni di mercato. Dall’altro lato tre innesti titolari lasciano ancora il Milan, a mio avviso, come una squadra da zona Europa League. Non sovrastiamo quello che c’è per il momento – mi viene da dire. L’inversione di tendenza c’è, e forse la liquidità disponibile crescerà ulteriormente in caso di cessioni di giocatori come, per fare un nome, Stephan El Shaarawy, che non pare avere spazio in questo Milan. L’acquisto di Ibrahimovic potrebbe mettere il Milan addirittura in lotta per lo scudetto e ci farebbe tutti contenti, ma il nucleo della squadra rimarrebbe deboluccio, a mio avviso. Ci sarà una bella rinfrescata solo quando alcuni nomi, da Montolivo ad Abate, spariranno dalla lista dei potenziali titolari. Rifiuto il ragionamento per cui “tanto non sono soldi miei, che me ne frega?”, perché, come qualcuno faceva notare nei commenti in questi giorni, per avere il Milan sempre al massimo è bene che le risorse disponibili, che siano poche o molte, vengano spese nella migliore maniera possibile e non scialacquate.

Finisco con un amarcord: dopo il decimo posto di Fabio Capello, la società scelse un profilo basso nella definizione degli obiettivi (pur facendo ridere mezzo continente pretendendo wild card dalla UEFA, se ben ricordate), prese un allenatore da una provinciale di successo (Alberto Zaccheroni), prese due suoi giocatori fidati (il capocannoniere Oliver Bierhoff e Thomas Helveg), un portiere che poi si rivelò un flop come Jens Lehmann, dei difensori per puntellare un reparto ormai colabrodo nonché da ristrutturare secondo il nuovo credo tattico (Ayala, ‘Ngotty, Sala). In difesa rese meglio il meno atteso di tutti, cioè Sala, dei giovani si imposero (come Ambrosini) o emersero a sorpresa (Abbiati) o rimasero degli eterni incompiuti (Morfeo), ci fu la fortunata meteora chiamata Guglielminpietro, e il resto dell’ossatura  rimase comunque costituito da chi sì, era un campione, ma era stato anche protagonista di due anni deludentissimi (Maldini, Costacurta, Weah, Boban, Albertini, Leonardo). Il profilo basso fu mantenuto finché non fu evidente che ci si giocava il titolo (cioè dopo le due sconfitte consecutive della Lazio che ci permisero di avvicinarla a un punto solo) e, come detto, molta vecchia guardia fu riutilizzata. La vecchia guardia di oggi è palesemente inferiore alla vecchia guardia di allora, e probabilmente, rigiocandolo cento volte, quel campionato il Milan non lo rivincerebbe. Il profilo basso di società, allenatore e giocatori, però, contraddistinse quella stagione e fu forse fondamentale nel lavorare duro anche nei momenti più difficili (come dopo le quattro pappine prese dal Parma). Se il Milan di oggi tiene in mente, come esempio, la stagione 1998/99, ecco, forse davvero si può tornare nelle zone alte del campionato, senza temere tonfi clamorosi preceduti da facili eccitazioni trionfalistiche.