Mentre sto scrivendo, all’indomani dell’ennesima figuraccia contro una quasi retrocessa, il presidente Silvio Berlusconi (notare la deferenza) non ha ancora proferito parola. Dichiarazioni, zero. Spiegazioni, zero. Mea culpa per avere combinato una cazzata mondiale sostituendo un tecnico professionista con un dilettante a sei giornate dalla fine e una finale da giocare, zero. Si prenda tutto il tempo che vuole, faccia pure con calma, che sarà mai: la squadra è allo sbando, sono tre anni che non si vede l’Europa che conta,  il tifo è sempre più in subbuglio, all’assemblea dei soci della scorsa settimana si è sollevato un polverone mai visto ma tutto tace, nessuno sente il bisogno di comunicare alcunché. Avanti così.

Ho lasciato trascorrere un po’ di tempo prima di riflettere sul polverone sollevato dagli azionisti di minoranza. Non perché avessi qualche dubbio sulle parole e sui toni dell’avvocato La Scala e del signor Gatti, i due soci più agguerriti e che più si sono esposti mediaticamente: hanno fatto benissimo ad alzare i toni e mi sto ancora spellando le mani ad applaudirli. Ho lasciato trascorrere un po’ di tempo, dicevo, soltanto per leggere e ascoltare con calma tutte le prevedibili reazioni che ero certo ne sarebbero seguite. Questo ha suscitato in me un insieme di sentimenti contrastanti, un misto di disgusto e divertimento. Talvolta anche ilarità smodata, grazie a qualche solito noto del web.

La stampa sportiva ha dato il meglio di sé. Ah, che spettacolo! Non è affatto un caso se l’Italia è scivolata al settantasettesimo posto nel mondo  nella classifica della libertà di stampa: la categoria, sportiva e generalista, si sputtana ogni giorno distinguendosi per servilismo, falsità e arroganza. Non è una questione di opinioni, quelle sono sempre rispettabili, purché però esse siano sempre basate sulla realtà. Il problema tuttavia è che spesso tale realtà viene artatamente distorta da questi cosiddetti professionisti della penna per tirare la volata a un padrone o semplicemente per piaggeria nei confronti del potente a caso di turno (che può sempre fare comodo). Rimanendo nell’ambito della stampa sportiva, dopo la famigerata assemblea dei soci, un sacco di menti illuminate, ben sapendo che dietro alle rimostranze dei piccoli azionisti c’era l’appoggio morale di milioni di tifosi, hanno voluto dire la loro. Ci sono state molte sorprese, che poi sorprese non sono, ma non trattandosi dei soliti scribacchini a libro paga un pochino sì, a ben pensarci lo sono. Si sono letti e uditi giornalisti e opinionisti, noti tifosi di squadre concorrenti, gente che in passato descriveva i due come il demonio e il suo braccio destro, difendere Silvietto e Adrianone contro le ire dei tifosi irriconoscenti, caldeggiandone la permanenza alla guida del Milan  perché “una società così è brutto che finisca in mano straniera” — il che fa molto ridere, mi ricorda un po’ me stesso quando, discutendo con amici neroazzurri, subdolamente sostenevo a spada tratta la permanenza di quel cane di Benitez sulla panca dell’Inter.

Ovviamente si sono mosse anche le truppe cammellate. I soliti noti si sono adoperati strenuamente per ricordarci i trionfi passati e i bei tempi che furono. Il “Bel Direttore” di Milan Channel, il Fedele di nome e di fatto e Franco Ordine hanno menato di brutto, come si suol dire in forma poco elegante ma molto giovanile. Ordine è stato il più duro verso i tifosi, accusandoli di scarsa memoria per essersi dimenticati dei trent’anni di trionfi dopo appena due stagioni andate male. Ecco, Ordine è il prototipo del giornalista che ama distorcere la realtà, quel genere di giornalista di cui parlavo sopra. Il tipo di persona, prima ancora che di professionista, che personalmente detesto. Innanzi tutto gli anni disastrosi sono tre, non due, poiché quest’anno l’andamento difficilmente potrà mutare nelle poche partite che restano, quindi il signor Ordine ha seri problemi non solo con la sua, di memoria, ma anche con l’aritmetica. Inoltre il Milan ha cominciato a sgretolarsi, come idee, come disponibilità finanziaria, come voglia, da ben più di due, tre, cinque anni come spesso erroneamente viene detto, purtroppo anche da persone in buona fede. Il Milan cominciò quel percorso che lo ha portato nel tempo a diventare ciò che è ora, ossia una robaccia derisa dal mondo intero e dai suoi stessi tifosi, dalla cessione di Shevcenko nel 2006 (mai creduto alla storia dell’inglese per i figli). Tutto partì da lì, dal post-Calciopoli, peggiorando inesorabilmente di anno in anno. La Champions del 2007 me la sono goduta, è ovvio, così come mi sono goduto lo scudetto di Ibra e Allegri (ah no, di Allegri no, sue furono soltanto le successive sconfitte), ma si trattò di due eventi estemporanei: abbastanza particolare e fortunoso il primo, e comunque ottenuto grazie a senatori ancora abbastanza forti e motivati da sentenze sportive che consideravano ingiuste, mentre il secondo giunse grazie alle importanti contingenze elettorali che spinsero Silvietto a uno sgradito ritorno all’impegno finanziario importante (annullato prontamente due anni dopo con le criminose cessioni contemporanee di Ibra e Thiago). Due anni un paio di palle, cari Ordine e soci.

A me fa impazzire la storia della riconoscenza per i successi passati. Quando sento questa parola riferita al calcio prenderei la rincorsa e tempesterei di testate la parete. La ripetono in tanti ‘sta cosa, anche personaggi che avevo sempre giudicato sufficientemente intelligenti e onesti intellettualmente. Ma riconoscenza di cosa? Innanzi tutto, a me, di tangibile, dai successi del Milan non è mai entrato in tasca un centesimo. Anzi,  semmai, da quando sono milanista, cioè da una quarantina d’anni, di soldi per il Milan ne ho soltanto spesi. E tanti. Da bambino in magliette, in altri gadget e nella rivista “Forza Milan”, da adolescente e oltre per recarmi allo stadio (non abito a due passi dal Meazza, tra l’altro), mentre da uomo di mezz’età (ancorché sempre figo da paura) in abbonamenti alla pay-tv. Di quale cazzo di riconoscenza stiamo parlando? Nei confronti di uno che con il Milan ha avuto soltanto da guadagnarci in termini di immagine e che — a differenza mia che non vedrò un becco di quattrino — recupererà gran parte di quanto speso al momento della cessione della società? Ma per favore. Riconoscenza per la gioia e il divertimento che un tempo si sono provati, forse. Va bene, questo lo concedo. Grazie mille. Ma che c’entra questo con il modo assurdo, incoerente, irresponsabile con cui viene condotta nel presente la società? E che diciamo della riconoscenza nei confronti di quelli come Paolo Maldini, che sono stati parte attiva  in numerosissime vittorie e che la stessa società che sta reclamando riconoscenza non se li caga più da anni? Nei loro confronti niente riconoscenza? Che cos’è, una roba selettiva come la memoria di certuni questa riconoscenza?

A questo proposito, per concludere avrei qualche altra domanda: ha una data di scadenza questa fottuta riconoscenza? E’ eterna? Quando potremo cominciare a lamentarci senza il fardello della gratitudine sul groppone? Gradiremmo sapere.