Ho visto tanto calcio nella mia vita e so perfettamente quanto bislacco possa essere questo bellissimo sport. Ho visto per esempio una Roma completare un’interminabile quanto incredibile rimonta sulla Juve per poi, a due giornate dalla fine, vanificare il tutto perdendo stupidamente in casa col già retrocesso Lecce; un Milan dominare il Liverpool per centoquattordici minuti e riuscire a perderci una finale di Champions  League dopo avere condotto anche per tre a zero; un Bayern di Monaco condurre una finale di Champions fino al novantesimo per poi perderla clamorosamente nei minuti di recupero; una Italia fortissima — ma terrestre — battere un Brasile extraterrestre per 3 a 2 ai mondiali ed eliminarlo; e un Milan così così, guidato da un allenatore così così, con Guglielminpietro, Sala ed Helveg titolari fissi, rimontare otto punti nelle ultime sette partite a una Lazio stellare e vincere un insperato scudetto. Quindi, il buonissimo momento del Milan mi rende felice, curioso, eccitato per gli anni a venire, ma non mi crea soverchie illusioni. Potrebbe accadere di tutto nel mese infuocato che attende questa squadra nuova, giovane, bistrattata dai media e dalla parte più tafazzista della propria tifoseria.  Potrebbe accadere che questa squadra asfalti tutto ciò che le capita a tiro, ma potrebbe anche accadere che ricominci a prendere sonori ceffoni a ogni allacciata di scarpini. Sebbene la prestazione contro la Roma sia stata più che convincente, nessuno può azzardare pronostici nel momento in cui sto scrivendo, né in un senso né in un altro.

Comunque vada tuttavia, mi sento già di dire che Gattuso è uno che sa il fatto suo. Dove potrà arrivare come allenatore nessuno può stabilirlo adesso,  il suo futuro dipenderà da diversi fattori. Dal culo, certo, quello è fondamentale in ogni aspetto dell’umana esistenza; ma dipenderà anche dalla sua ambizione, dall’indirizzo che lui vorrà dare a questa sua seconda carriera. Restiamo però nell’immediato futuro: se Rino verrà riconfermato, ne sarò felicissimo. Temevo un suo fallimento, devo essere sincero; e lo temevo più che altro per lui, visto che fino al momento del suo insediamento il cammino della squadra in campionato era stato obbiettivamente terrificante e tutto sembrava quasi impossibile da raddrizzare. Voglio bene a Rino, nei suoi confronti non avrei sopportato eventuali ironie mediatiche, e tanto meno avrei tollerato eventuali stupidi insulti di qualche milanista senza memoria né rispetto. Non che avessi dubbi sulle sue capacità di trascinatore (uno se lo è in campo lo è anche in allenamento e in panchina), piuttosto ne temevo l’inesperienza ad alto livello. Inoltre le sue capacità  come tecnico erano un’incognita: un grande giocatore — Rino nel suo ruolo lo è stato senza dubbio — non sempre diventa un grande allenatore, e difficilmente lo diventa in poco tempo.  Un clamoroso flop non avrebbe sorpreso nessuno, ammettiamolo. Eppure la squadra, dopo appena due o tre gare, ha cambiato fisionomia. Ha cominciato innanzi tutto a correre, e bene,  per 90 minuti, anziché scoppiare dopo 25; a difendersi compatta, concedendo poco e prendendo pochi gol; ad attaccare nel vero senso della parola, ossia puntando la porta con  rapidità e frequenza, e facendolo in modo più vario, sfruttando cioè anche la catena di sinistra invece di incaponirsi come prima continuamente su quella di destra, dove il povero Suso, costantemente triplicato, versava spesso inutilmente ettolitri di sudore. Certo, la prima domanda che inevitabilmente sorge  dopo questa incredibile metamorfosi è: bravo Rino o scarso Vincenzo? Mi piace credere nella prima ipotesi, anzi ci credo, pur essendo consapevole che esiste anche la possibilità che gli enormi demeriti del secondo abbiano ingigantito i meriti del primo. A ogni modo questo confronto, per certi versi antipatico ma inevitabile, lo faremo certamente a fine stagione, a bocce ferme. Anche perché le prossime gare sono veramente difficili, e si sa quanto mutevole sia l’umore di noi tifosi di fronte ai risultati.