Siamo un’azienda sana secondo la legge, ma non secondo le norme FPF. Un concetto complicato per qualche bimbominkia interista, gobbo romanista e, fatto ancora più grave, per qualche giornalaio. Ma questo è. Purtroppo, per partecipare alle competizioni UEFA non è sufficiente essere in regola con la legge, occorre esserlo anche con le norme FPF, ci piaccia o non ci piaccia. Per cui questo accordo — giacché di questo è evidente si tratti — è stato la soluzione più conveniente. Per noi, che guadagniamo tempo per potere correggere le stronzate del passato; per l’UEFA, che evita lo scontro frontale con un Club importante e nel contempo non perde la faccia davanti a certi club italiani, abituali mittenti di piagnucolose e un po’ squalliducce letterine di protesta. Il sacrificio era necessario. Chi parla di figuraccia epocale non ha vissuto retrocessioni, fari di Marsiglia e stupide chiacchiere di Meani al telefono. Oppure è interista, gobbo o romanista, tutta gente che finge di non conoscere il significato della parola “accordo” e che ama passare per semianalfabeta soltanto per l’effimero gusto dello sfottò.

Non faccio i salti di gioia, un’esclusione da una coppa, quantunque ridotta a trofeo di poco prestigio rispetto a un tempo, non può piacere a nessun tifoso. Ma se ciò può essere utile per l’opera di liberazione da questa spada di Damocle che da troppo tempo sta incombendo sulle nostre teste — o per lo meno a cominciarla —, ben venga.