Sono ancora instupidito dallo spettacolo offerto dalla finale di Wimbledon svoltasi domenica scorsa. Alla fine di quella partita non avevo parole, e francamente faccio molta fatica a trovarne anche adesso. Chi non ama e non segue il tennis non può capire ciò che è avvenuto, ma dovrebbe per lo meno tentare. Perché questo sport è straordinario, unico. Al di là della particolarità del geniale sistema di punteggio, che premia  la solidità mentale, la tenacia, la concentrazione nei momenti importanti più che il numero di punti messi a segno, e della complessità tecnica e atletica che lo caratterizza, non sarebbero sufficienti le poche righe di un post per spiegare compiutamente la diversità, la bellezza di questo sport, né per tentare di far comprendere ai non appassionati il perché di tanta esaltazione da parte nostra di fronte alla grandezza di ciò che sta facendo quel trio di leggende casualmente nate incredibilmente più o meno nella stessa era. Tifo Federer dal 2003, folgorato dal suo talento e dalla sua eleganza allorché trionfò a Wimbledon per la prima volta; sono trascorsi sedici anni, una vita. Due anni dopo è apparso Rafael Nadal e pochi anni dopo ancora Novak Djokovic. Due maledetti rompiscatole, meno baciati dal dio del tennis rispetto a Roger ma dotati di una tenacia e una fame esagerata, due che in un primo momento ovviamente detestai. Ma quando col trascorrere del tempo mi resi conto della portata di ciò che quel trio stava facendo per il tennis e per lo sport in generale, pur continuando a rammaricarmi per le sconfitte di Roger contro i suoi acerrimi rivali cominciai a rispettare e ammirare questi ultimi in modo viscerale. Perché capii che senza Djokovic e Nadal, Federer avrebbe avuto una carriera assai più breve, e che senza Federer, Djokovic e Nadal non sarebbero migliorati così tanto nel corso delle rispettive carriere. Capii che senza uno soltanto di questi tre, questa lunga, straordinaria, irripetibile storia di sport non sarebbe mai potuta essere scritta. Sedici anni, come ho detto sono una vita. In questo lasso di tempo il trio delle meraviglie si è portato a casa l’ottanta per cento dei cinque tornei principali (i 4 Slam più le ATP Finals), quelli che ogni bambino sogna di vincere almeno una volta nella vita quando impugna la racchetta per la prima volta. Un misero venti per cento lasciato a grandi campioni come Wawrinka e Murray, a un Agassi a fine carriera e a qualche altra ottima meteora come Del Potro, CilicGaudio e Nalbandian. Mai accaduto nella storia di questo e altri sport, e mai più accadrà.

Detto ciò, sono incazzato nero. Perdere dopo cinque ore, avendo sprecato due match point e messo a segno complessivamente più punti dell’avversario brucia maledettamente. E’ bene precisarlo.

Ora torniamo ad attendere i botti del mercato milanista. Che ancora non si vedono, né si sentono