Questa vittoria avrebbe dovuto rendermi felice, invece mi ha lasciato in bocca un retrogusto amaro. Non dovrebbe essere così: la squadra ha disputato una grande gara in trasferta contro una squadra molto forte, una squadra da Champions League — e che gioca, ai ritmi da Champions League — e lo ha fatto rischiando e soffrendo com’è normale che sia contro avversari di questa caratura, ma tutto sommato reggendo alla grande e ribattendo colpo su colpo. Non credo che i dati relativi al possesso palla (54% contro 46% per i padroni di casa) possano raccontare tutto di una partita, ma se a questi dati gliene aggiungi altri, tipo i tiri totali e più specificamente i tiri in porta, ci credo un poco di più: 17 tiri contro 13, 9 calci d’angolo a 5 a favore dei bergamaschi,  7 tiri nello specchio della porta nostri contro 6 dei nostri avversari. Insomma, questi numeri raccontano che l’Atalanta ha spinto e tenuto palla maggiormente — anche perché, essendo andata sotto nel primo minuto di gioco, vi è stata costretta — ma non è che noi siamo stati lì a guardare (infatti abbiamo raddoppiato e triplicato, e avuto altre nitide occasioni).

Allora che cosa c’è che non mi rende pienamente felice? E’ presto detto: quella decisione di Di Bello, il quale fin lì aveva arbitrato pure bene (secondo me il rigore c’era). Intendo la decisione di lasciare correre il fallo plateale di Zapata su Messias, fallo da cui è scaturito il cross che ha consentito a Pasalic di siglare il 2 a 3. In molti hanno detto: “Chi se ne frega, abbiamo preso comunque i tre punti”. Chi ha detto ciò ha pienamente ragione, eppure, malgrado siano ormai passate diverse ore dall’episodio, mi sento ancora parecchio incazzato. Sarà perché è ancora vivido il ricordo delle porcate turche in Champions, sarà che lo vedo come un brutto segnale da parte della classe arbitrale, sarà proprio perché, più banalmente, questo evidente errore avrebbe potuto vanificare 90 minuti di sforzi e buon gioco negandoci una vittoria meritata; sarà quel che sarà, fatto sta che questa rabbia strisciante tarda ad affievolirsi. Dovrei godermela e basta, lo so. Ci proverò, ma gli arbitri, nei giorni a venire, dovranno darmi una mano.

Molti di noi dovranno invece imparare il significato del termine ‘pazienza’. La crescita di questa squadra dovrebbe insegnare qualcosa (ma già so che non lo farà, ormai sono rassegnato). Da quando le strategie societarie sono stati impostate sui giovani, la mia irritazione nei confronti di determinati giudizi trancianti su giocatori che fino pochi mesi prima di approdare alla prima squadra del Milan manco avevano la patente di guida (e manco erano conosciuti ai più), è lievitata in maniera esponenziale. Leao ne è l’esempio più limpido: se si fosse data retta a certi fenomeni, il portoghese sarebbe stato venduto da mesi a qualche squadra europea, nella quale poi ovviamente  avrebbe fatto sfracelli, con conseguenti insulti a Maldini, insulti soprattutto provenienti degli stessi che fino a poco prima avevano caldeggiato quella cessione medesima.

Non dico di prenderci sempre, tutt’altro. Ho sbagliato più previsioni io di chiunque altro, così come tante volte ho ritenuto fortissimi giocatori scarsi e viceversa.  So però di possedere un pregio: la prudenza. Diaz non mi  aveva entusiasmato durante la prima stagione e a più riprese ne avevo spiegato le ragioni: al di là delle indubbie doti tecniche, lo trovavo troppo piccolo e leggero, un tipo di giocatore che, a parte qualche eccezione, non soddisfaceva i miei gusti personali. Tuttavia mai e poi mai mi sono azzardato a bocciare a priori il giovane spagnolo, proprio perché so che un giocatore di quell’età — e con quelle doti tecniche —  col trascorrere del tempo può riservare piacevoli sorprese, come poi è effettivamente avvenuto. Con questi ragazzi bisogna sempre andarci cauti, leggono blog e social, sono in genere molto attenti a ciò che un ambiente pensa di loro. Sono esseri umani privilegiati che tuttavia, come tutti gli esseri umani, amano i complimenti e soffrono gli insulti. Criticarli in seguito a qualche prestazione non all’altezza è cosa buona e giusta: vivaddio, se un calciatore professionista non è in grado di reggere i giudizi negativi è meglio che cambi mestiere. Ma prendere di mira insistentemente — e soprattutto a cazzo — determinati elementi in evidente fase di crescita soltanto per alimentare il proprio social personaggio, non fa altro che danneggiare la squadra per la quale si dice di tifare.

Inoltre occorre pazienza anche con Kessiè. Non concordo assolutamente con chi lo vorrebbe in tribuna o a pulire i cessi del Meazza; la sua sontuosa partita di ieri lo sta a dimostrare: c’è bisogno di tutti e noi non siamo nelle condizioni di rinunciare a nessuno, specialmente a un giocatore così. Poi, se divorzio sarà, arriverà qualcun altro, magari più forte. E’ appena successo, chiedere a Supermike.