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In colpevole ritardo, il mio giudizio sul quinquennio piolista al Milan. Probabilmente pieno di cose già dette e stradette qua e là, ma credo che un periodo di permanenza così lungo, di un allenatore che ha portato un titolo importante, meriti di essere riassunto in un unico post. Per chiudere un capitolo importante della nostra lunga storia, se non altro.

Il ciclo di Pioli al Milan è durato cinque anni, ed è stato generalmente positivo. Per giudicare adeguatamente un lasso di tempo così lungo su una panchina occorre sempre ricordare la situazione di partenza. Stefano Pioli ha iniziato come traghettatore o quasi da una situazione tutt’altro che facile, in piena banter era, quando la luce in fondo al tunnel era null’altro che un quasi impercettibile puntino bianco. Questo allenatore ha schivato l’insidia Rangnick, gestito alla grande la pausa forzata per l’incubo pandemia, migliorato giovani talenti non ancora pienamente maturi e creato, per quanto ne sappiamo e appare, un ottimo rapporto con lo spogliatoio. I dati non mentono: media punti, ottimi piazzamenti, una semifinale di Champions League e un titolo molto importante come lo scudetto certificano che siamo di fronte a uno dei migliori allenatori della nostra storia. Ovviamente dietro Rocco, Sacchi, Capello e Ancelotti, ma certamente alla pari con gli altri vincitori dei titoli di cui sono stato testimone durante la mia esistenza da tifoso, ovvero il grande Liedholm e i meno grandi ma bravi Zaccheroni e Allegri. Poi ci sono i gusti personali di ognuno sul modo di intendere il calcio; i miei gusti, è ormai noto da tempo, differiscono totalmente da quelli del tecnico parmigiano, ma ciò non deve inficiare la valutazione complessiva del lavoro da lui svolto. Gli insulti che spesso ho letto al suo indirizzo, oltre a fare ribrezzo come principio, sono un’ingiustizia colossale nei confronti del lavoro di un professionista serio e preparato quale Pioli è.

La vita di un allenatore su una panchina non è mai troppo lunga. A parte rare eccezioni è sempre stato così, ma lo è particolarmente oggigiorno, in questo congestionato e logorante calcio moderno. Uno può essere anche l’allenatore più bravo del mondo, ma dopo qualche tempo di permanenza nello stesso ambiente subentrano fattori che mettono a dura prova le capacità di qualsiasi professionista. Fattori quali appagamento, stanchezza, sfortuna, rapporti interpersonali che si incrinano, ma anche presunzione, testardaggine. Credo che il declino di Pioli sia stato causato da un mix di tutto ciò. A Pioli è stato fatale il tentativo non riuscito di superare i propri limiti e di restringere quelli oggettivi della squadra. Dopo lo scudetto, la sua incapacità di dare al gruppo una solida fase difensiva e in generale un’identità di gioco corale in grado di competere per un qualsiasi titolo, è stata evidente. Lo scudetto, conquistato per certi versi inaspettatamente, è stato un suo capolavoro. Lo è stato anche di tutte le componenti del club, come sempre accade in questi casi, ma soprattutto suo. Nessun patetico odiatore da social può cancellare dalla storia del club questo suo grande merito. Ma poi Pioli ha perso il controllo della situazione. La preesistente, anomala tendenza agli infortuni autunnali, si è addirittura accentuata. Il suo bilancio nei derby non può essere ignorato, e credo che lui stesso ne sia amaramente consapevole: su 15 giocati ne ha persi 10, pareggiati 2 e vinti soltanto 3, 31 sono stati i gol subiti, appena 13 quelli segnati: un umiliante disastro. Per lui, per i suoi ragazzi, per noi tifosi. La fase difensiva dei suoi Milan non è mai stata eccezionale, ma le ultime versioni sono state qualcosa di raccapricciante. Quando difendi così male, soffri anche contro squadre di serie B. Difensivamente siamo stati ultimamente impresentabili, sia a livello italiano sia europeo. La fase difensiva efficace non serve soltanto a non prendere gol, serve a rendere più fluida e pericolosa la fase offensiva. Una fase difensiva efficace consente di correre meno, stancarsi meno, fisicamente nonché psicologicamente, e agli uomini di maggior talento permette di esprimersi meglio avendo meno paura di sbagliare. I giocatori di una squadra con una pessima fase difensiva sono terrorizzati di perdere palla, poiché sanno che gli avversari correrebbero sparati in porta e che la colpa ricadrebbe sull’autore dell’errore più vistoso. Il ritornello che recita “poco importa se subiamo molti gol, per vincere bisogna segnarne uno in più degli avversari”, molto spesso canticchiato per assolvere l’allenatore dalle sue colpe e spostarle sui “giocatori che sbagliano troppi gol”, è una cazzata terrificante. Abbiamo subito appena 4 gol in meno di Juventus e Inter messe assieme: come si può anche solo pensare che il vero problema sia stato non riuscire a realizzare un gol in più dell’avversario? In tutti gli sport di squadra la fase difensiva è l’aspetto più importante. In tutti. E lo è specialmente in quelli in cui esistono il contatto fisico e l’obiettivo di infilare una palla in una porta o in un canestro.

E’ stato giusto separarsi da Stefano Pioli. E’ stato giusto farlo in quel modo, con tutti i meritati onori, ma soprattutto è stato giusto farlo. Al momento non so chi sarà il suo successore, ma tutti gli indizi portano come sappiamo a Paulo Fonseca: non l’allenatore dei nostri sogni, non certamente il segnale di innalzamento d’asticella che la moltitudine del tifo milanista si aspettava. Parleremo più approfonditamente di lui quando avremo l’ufficialità del suo arrivo, per il momento mi imito a una osservazione: questa dirigenza commette molti errori, ma ha un coraggio leonino. Non è esattamente un complimento, ora come ora, ma potrebbe diventarlo. Dipenderà, come sempre, dai risultati del campo.

101 commenti su “Il lustro piolista

  1. Condivido tutto degli ultimi due interventi di Marcovan e Lapinsu

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