La splendida cornice di san Siro...

Parlare di Bruce Springsteen, per me, non è poi così facile. Non è il mio cantante preferito, né posso attribuirgli la paternità di un certo genere musicale, dato che i mentori e i maestri del rock (impegnato e non) sono stati ben altri: Chuck Berry, Elvis Presley, Woody Guthrie, Bob Dylan. Nonostante ciò, a me Bruce piace e, per quanto lo abbia scoperto “tardi” (diciamo ai tempi di Born in the U.S.A.), con il tempo mi sono interessato a lui apprezzando anche lavori risalenti agli anni ’70 come Born to Run. Un artista di cui ho saputo apprezzare i messaggi, il suo essere una faccia pulita nel mondo della musica (ecco, uno Springsteen nel calcio ci manca davvero, oggigiorno) e la sua genuinità, cose che gli hanno permesso di crearsi uno stuolo di fan unici nel proprio genere.

Chi parla è uno che ha assistito a tantissimi concerti, ma mai con le peculiarità

Bruce e la E Street Band...

di un concerto del Boss: le sensazioni sono diverse ed impareggiabili, il clima di festa che lui sa creare non lo ritrovi da nessun’altra parte, garantito. Cartelloni, slogan, il feeling indissolubile che solo noi italiani sappiamo infondere nel suo cuore ed il suo essere un mattatore a 360 gradi sono solo alcuni aspetti di quello che è stato un evento probabilmente irripetibile. In quasi quattro (!) ore di musica, Bruce e la sua inseparabile E Street Band non si concedono neppure un attimo di respiro e mandano in disibilio i 50000 del Meazza con ben 33 (!) canzoni, per quello che è stato il secondo concerto per durata di tutti i tempi di questo cantautore. I numeri fanno paura, ma non di soli numeri è fatto un concerto di Bruce e dei suoi compagni di tante battaglie.

Bruce e Little Steven...

Un ruolo fondamentale è certamente recitato dalle canzoni dell’ultimo album Wrecking Ball, ma, come ovvio, trovano spazio anche tanti successi degli anni ’70 e ’80; fondamentalmente, tutti gli album registrati con la E Street Band sono rappresentati. A We Take Care Of Our Own (singolo che segna l’inizio del concerto), Wrecking Ball, Death To My Hometown, My City Of Ruins, Jack Of All Trades, Shackled And Drawn, Lands Of Hope And Dreams e We Are Alive fanno eco Badlands, The River, Born In The U.S.A., Born To Run, Hungry Heart, Dancing In The Dark, 10th Avenue Freeze-out, Glory Days, la cover di Twist And Shout e tante altre; impensabile parlare di bis, dal momento che, come già detto, la band non si prende mai un attimo di pausa.

Il calore dei fan italiani...

Se da un punto di vista tecnico il concerto è ottimo, sul piano emotivo è qualcosa di indescrivibile: l’evento alterna momenti toccanti ad altri più goliardici; Bruce diverte e si diverte, ama il proprio lavoro e lo fa capire, senza però dimenticarsi di chi è stato colpito da disgrazie come la perdita del lavoro (da brividi il suo pensiero ai terremotati dell’Emilia, ai quali viene dedicata Jack Of All Trades). Innumerevoli i segmenti clou succedutisi durante lo spettacolo: i suoi saluti e discorsi in italiano (bisogna ammetterlo, i congiuntivi li sa senza dubbio meglio di Enzuccio :razz:), i suoi sketch con una marionetta con le sue sembianze, le sue corse e scatti che farebbero impallidire perfino Usain  Bolt, il suo essere “assaltato” da una fan sul palco :shock: , lo “sfinimento” dopo Dancing In The Dark (Bruce fa cenno, scherzosamente, di non farcela più e finge di stramazzare a terra, salvo essere “rianimato” da Little Steven che gli getta addosso dell’acqua), la bambina invitata a salire per cantare con lui, lo sfilacciarsi la camicia verso la fine del concerto. La band viene presentata più volte, con ovazioni sopratutto per la violinista e corista Soozie Tyrell, per il chitarrista Little Steven e per il sassofonista Jake Clemons, quest’ultimo nipote dello storico “Big Man” Clarence, purtroppo scomparso lo scorso anno (qualche anno prima, la stessa sorte era toccata a Danny Federici). Proprio a Clarence è dedicata la canzone 10th Avenue Freeze-out. Bruce, come finisce di pronunciare la strofa “… and the Big Man joined the band”, si ferma, e con lui tutti i musicisti: alcune immagini di Clarence si susseguono sui due maxischermi ai lati dello stage, fino a quando il silenzio in tutto lo stadio viene  rotto da uno Springsteen che, con le lacrime agli occhi,  riprende a cantare.

Ma questa, tuttavia, non potrebbe mai essere un’occasione triste; Bruce sa perfettamente che questi sono tempi difficili, ma non per questo smette di lottare per ciò in cui crede. La grinta, la carica e la voglia di vivere non gli mancano, così come non ne è privo il pubblico. Festa deve essere e allora festa sia: dopo avere acceso accendini ed avere intonato al posto di Springsteen diverse strofe di The River, tutti, a partire da Born In The U.S.A., si alzano, ballano, urlano e oscillano mani e braccia.

Assistere ad un concerto del cantautore del New Jersey significa ripercorrere tanti generi musicali che hanno fatto storia: rock n’ roll, folk, musica celtica, gospel; durante Twist And Shout la E Street Band sembra addirittura un’orchestra mariachi :grin:. In un concerto di Springsteen trovi questo ed altro, a testimonianza della grande versatilità di questo compositore.

Il concerto finisce verso le 0:15; Bruce ci dà appuntamento a Firenze tra tre giorni e ci ricorda come per lui lo stadio san Siro sia un luogo speciale (il suo concerto del 1985, parole sue, lo ricorda come uno dei migliori di sempre). Finisce così uno dei concerti più elettrizzanti della mia vita, offertoci da un sessantaduenne in forma eccellente. Rammarico per non avere mai visto Clarence su un palco dal vivo, ma io voglio credere che il “Big Man” fosse comunque in mezzo a noi. Milano ha consacrato ancora una volta la leggenda di Bruce Springsteen, performer senza eguali e re del rock (almeno tra tutti i rockers ancora in vita).

P.s.: se san Siro diventa di proprietà del Milan, allora pretendo Bruce come presidente onorario… :grin:

http://www.youtube.com/watch?v=3oN9POT9mX0&feature=share