Il significato del sostantivo ‘riconoscenza’ lo conosciamo tutti. Comunque sia, sfogliando il primo dizionario che mi capita sottomano, trovo: ‘sentimento di gratitudine nei confronti di chi ci ha fatto del bene’. Si può  provare questo sentimento verso varie tipologie di esseri viventi: per un medico che ci salva la ghirba ad esempio, oppure  per un bravo amico che spontaneamente ci offre un prestito ad interesse zero vedendoci in grave difficoltà economica, ma anche che so, per  un cagnolino che ci attenua l’angoscia in un periodo buio della nostra esistenza.

Riconoscenza. Una parola ormai in disuso, forse perché l’Uomo moderno è tutto fuorché riconoscente. Esso preferisce purtoppo assai spesso la via dell’avidità, del menefreghismo, dell’opportunismo, dell’ipocrisia, della vanagloria, ma molto raramente quella della riconoscenza. Ciononostante,  ‘riconoscenza’ è una parola che dalla bocca del milanista moderno fuoriesce con una continuità inquietante – e con mia enorme sorpresa talvolta anche da chi abitualmente non sembra lobotomizzato dall’ultraventennale retorica di casa madre. La riconoscenza si è quasi estinta nella società cosiddetta civile, però la si pretende ad ogni piè sospinto dai cacciaviti. Anzi, sono i cacciaviti stessi che spesso la pretendono da loro stessi, facendosi pure salire i sensi di colpa. L’utilizzo della parola riconoscenza in ambiente cacciavite è attualmente diffusissimo. Serve per soffocare sul nascere qualsiasi critica che riguardi proprietà, dirigenza e taluni calciatori che godono di buona stampa. L’unica figura esente da riconoscenza pare quella dell’allenatore, chissà perché.  Se dovessimo dare retta alla riconoscenza dovremmo chiudere immediatamente i blog come il nostro e resterebbero in vita soltanto quelli smaccatamente baciaculo. O si dovrebbero creare soltanto che so, blog anti allenatore per partito preso.  Allegrivaffanculo.it o Ancelotticiccione.com, cose così.

Si è parlato della minaccia di Class Action nei confronti del Milan da parte degli abbonati per pubblicità ingannevole, e di una pronta risposta della società dichiaratasi disposta – fra la sorpresa generale – ad abbandonare la consueta arroganza ed a rimborsare il denaro. Ovviamente tutto ciò ha scatenato le solite accese discussioni fra i cacciaviti, fra quelli che ‘era il caso’  e quelli che ‘non era il caso’. E va da sé che la parolina più utilizzata da quelli che ‘non era il caso’ è stata la solita: riconoscenza.

Premetto che mi suonerebbe stonato intentare causa contro il mio Milan, quindi personalmente avrei evitato, pur rispettando il punto di vista di coloro i quali, sentendosi ingannati, hanno intrapreso la Class Action.  Ma ciò premesso torno a bomba sull’argomento del post, ossia la riconoscenza. Vorrei chiarire la faccenda una volta per tutte, poiché  ‘sta parola non la sopporto più: secondo me non è il tifoso che deve riconoscenza a Silvietto, ad Adrianone o a quei giocatori che hanno fatto le fortune del Milan, bensì l’esatto contrario. Finché non giungeremo a questa consapevolezza non ne usciremo più. Finché non ce la ficcheremo bene in testa, coloro che tentano continuamente di insinuare assurdi complessi di colpa nella mente dei cacciaviti più sensibili avranno sempre vita facile.

Ora, so già che qualcuno dirà che  quel comunista di Marcovan, che vive di odio ed invidia, non poteva che prendere Lui come esempio. Ma io me ne sbatto e prendo come esempio proprio Silvietto: egli ha speso vagonate di milioni nel Milan ed ha portato il club a trionfi mai raggiunti prima. Questo nessuno lo può negare, di certo non lo farà – né l’ha mai fatto –  il sottoscritto. Tuttavia, all’epoca in cui acquistò il Milan, Silvietto era un ricco signore milanese poco noto oltre i confini lombardi, un ricco signore che, da quell’acquisto in poi, divenne molto, molto, molto più ricco e molto, molto, molto più famoso. E molto più potente, status che ho il vago sospetto premesse al nostro eroe assai più di ogni altro già brillantemente (e ambiguamente, ma lasciamo stare) raggiunto. E con lui ovviamente crebbero enormemente le sue aziende.

Anche i tifosi hanno speso vagonate di soldi per il Milan, sottoscrivendo abbonamenti a stadio e pay tv e comprando gadgets, per sé e per i propri figli, anno dopo anno, stagione dopo stagione. Per ottenere che cosa in cambio? Nulla di tangibile, soltanto tante, tantissime soddisfazioni morali, soltanto quella gioia bizzarra che neppure eserciti di luminari strizzacervelli sono mai riusciti a spiegare e  spiegarsi; una gioia irrazionale, buona per stamparsi sul viso un sorrisetto idiota della durata media di una settimana, utile tutt’al più per dimenticare per un po’ i problemi di ogni giorno e per sfottere colleghi ed amici di altre fedi calcistiche. Gioia da tifoso insomma, ma dai ritorni economici, di notorietà, di potere, pari a zero.

Quindi, per utilizzare una tanto cara (ed elegantissima) frase di Silvietto,  lui lacrime e grano ne ha sempre messi, ma lo stesso hanno fatto i tifosi. Resta da stabilire chi debba riconoscenza a chi, ossia quale delle due parti ci abbia guadagnato di più dopo il denaro ed il sudore sacrificati per il Milan negli ultimi venticinque anni.

Io l’ho già stabilito da tempo, come ho scritto poco sopra: sono Silvietto, Adrianone ed i calciatori che dovrebbero riconoscenza a me, ai tifosi e al Milan inteso come club secolare, non viceversa. Ma non pretendo nulla a parte due cose: l’impegno totale affinché si faccia di tutto per regalarmi le gioie di cui sopra e la libertà di poter criticare come e quando mi pare qualora ritenga che questo impegno non ci sia, senza ogni volta dover udire o leggere di quella stucchevole minchiata chiamata riconoscenza. Mi accontento di pochissimo, dopotutto.