Manca soltanto la cerimonia di chiusura. Sarà una figata, così dicono, ed è probabile, poiché quella d’apertura lo è stata. Si è quindi conclusa la più bella Olimpiade cui mi sia capitato di assistere. Ne ho vissute undici, non poche. Ho iniziato con quelle orrendamente insanguinate di Monaco ’72, passando per quelle vergognosamente boicottate di Mosca ’80 e Los Angeles ’84 e da altre altrettanto importanti e meritevoli di menzione ma tutto sommato “normali”, per giungere a queste. Queste, il cui livello di spettacolo offerto è stato eccezionale.

Molti fattori hanno contribuito. Uno è, per quanto mi riguarda, il grande lavoro svolto da Sky e l’apporto della macchina televisiva in generale, che ha messo in campo tanta tecnologia e un’enorme quantità di uomini, mezzi e professionalità. Ma non si tratta soltanto di spettacolarità dovuta a motivi meramente mediatici. Di certo hanno anche contribuito in maniera determinante la presenza e le gesta di atleti la cui popolarità sopravviverà a loro stessi e a tutti noi. Parlo di Usain Bolt e Michael Phelps. Di David Lekuta Rudisha, il missile kenyota che ha sbriciolato il record mondiale degli 800. Ma parlo anche di Roger Federer, malgrado egli si sia dovuto “accontentare” di una medaglia d’argento e sia leggenda in uno sport poco olimpico – ancorché popolarissimo – qual è il tennis. E non bisogna dimenticare Kobe Bryant e LeBron James, protagonisti di uno sport di squadra in una squadra stratosferica, ma comunque personaggi sportivi dei quali fra centinaia di anni i posteri canteranno ancora le gesta. Proprio per questo la grandissima finale disputata e persa contro Team USA dalla Spagna, nazione che amo ma che a livello sportivo detesto, aumenta a dismisura il già straordianario valore della loro medaglia d’argento olimpica.

Fra i fattori vincenti non escluderei neppure il luogo. Londra è una città bellissima, la adoro. Londra è Londra, la città più adatta ad ospitare una manifestazione del genere, assieme a Roma, New York, Parigi. Gli inglesi avranno mille difetti (chi non ne ha?), ma la loro cultura sportiva e il loro amore per lo sport è un esempio per tutti.

Gli italiani, il medagliere, le mie dolci ossessioni. In questo post del capodanno scorso, fra le tante fisiologiche cagate scrissi anche qualcosa di serio. Sulle Olimpiadi, materia che prendo sempre seriamente, azzeccai parecchie cose. Il numero di medaglie è più o meno quello da me previsto. Manca qualcosa nel nuoto, soprattutto della Pellegrini, ma, per quanto mi stia sulle palle il personaggio, non dimentico che l’atleta veneta non è arrivata mai troppo distante dal podio e che merita in ogni caso grande rispetto e un grazie. Lo stesso discorso vale per la Cagnottina (con la differenza che nel suo caso non detesto affatto il personaggio). La regina delle olimpiadi, ossia l’atletica, come sempre molto avara di medaglie per noi, comunque ci ha donato (mai verbo avrebbe potuto essere più appropriato) un bronzo nel salto triplo grazie al “vecchio” Donato. Anche a lui va un sentito grazie. E pure ai vari tiri (piattello, arco, carabina), e ai soliti schermidori. E al bronzo nello judo della conterranea di Gattuso. E a Molfetta, che ci ha portato un oro in quello sport in cui ci si piglia a cazzotti in faccia, uno sport dal nome impronunciabile e non scrivibile se non consultando Wikipedia, dal quale abbiamo ottenuto anche un bronzo con Sarmiento. E grazie infinite anche ai ragazzi della boxe, sport morente a livello professionistico ma sempre pimpante a livello olimpico. Qualcuno l’avrò senz’altro scordato, chiedo scusa e lo ringrazio comunque.

Grazie pure agli sport di squadra, sebbene mi aspettassi qualcosa in più: la pallavolo non ha disputato un grande torneo ma ciononostante, fra alti e bassi, ha conquistato un bronzo confermando la nostra scuola a livelli altissimi; le femminucce hanno un po’ deluso, ma insomma, sono giunte quinte, non trentesime, si rifaranno. La pallanuoto femminile è andata maluccio, ma quella maschile è stata straordinaria, non ho parole per descrivere quanto sia affezionato a quel branco d’ippopotami sguazzanti e giocherelloni. La Croazia era veramente troppo forte, chapeau.

Da oggi tutto è finito, ne trarranno giovamento il mio rapporto di coppia ed il mio telecomando. E pure il mio cervello, ormai in procinto di fondersi. Arrivederci a fra quattro anni in un ambiente assai diverso rispetto a quello londinese, a Rio De Janeiro. Fra quattro anni meno un mese ricomincerò a tifare come un invasato per quegli sport di cui normalmente non mi curerei manco sotto tortura, in orari che saranno assai meno comodi al confonto di quelli inglesi ma chi se ne frega, le Olimpiadi valgono bene qualche furtarello alle ore di sonno. Se penso a ciò che mi attende ora, ossia il tristissimo Milan del presente e del prossimo futuro, le brutture del nostro campionato di cui abbiamo avuto sgradevole antipasto nella Supercoppa Italo-pechinese, l’arrogante dominio gobbo anche e soprattutto fuori dal rettangolo verde, mi viene da piangere. C’è anche questo nel dispiacere per la fine di questi fantastici Giochi. Anzi, c’è soprattutto questo.