Il Milan ’81/’82, quello che retrocesse sul campo (tocchiamoci le palle tutti assieme)

Non vorrei portare rogna rivangando i ricordi di quella tragica stagione, ma, vista l’attuale situazione ed alcune analogie con le vicende di allora, ritengo che un post sull’argomento lo si possa scrivere. Magari servirà come una sorta di esorcismo, chi può dirlo?

Mi affiderò principalmente alla memoria. Sebbene il ricordo sia sgradevole – o forse proprio perché lo è -, ho abbastanza bene impressa qualche sensazione; neppure i nomi di alcuni dei malcapitati protagonisti li ho mai dimenticati. E d’altronde, come potrei? All’epoca avevo diciotto anni, per cui mi si perdonerà se alle volte inciamperò in qualche imprecisione. E’ trascorsa una vita dopotutto. Purtroppo, aggiungo.

Orbene, il presidente era ancora Colombo, quello che con i suoi magheggi ci aveva condannati alla retrocessione due anni prima. Mi pare di ricordare tuttavia che Colombo fosse ancora squalificato a causa di quella losca faccenda, e che la presidenza della società fosse retta da un mero prestanome con limitati poteri decisionali, tale Morazzoni Gaetano. Insomma il caos: un proprietario giocoforza assente, un tizio che agiva in vece sua ma che non contava un cazzo o quasi. Difficile non vederci sinistre analogie col presente.

Meglio proseguire col discorso di prima. Molto meglio.

Morazzoni, cioè Colombo, affidò la squadra ad un allenatore che io (e non soltanto io) gradivo molto: Gigi Radice, ex milanista, la fama di sergente di ferro (scoprimmo successivamente che tale fama era meritata, pure troppo), aveva incantato la serie A con il suo Torino a metà degli anni settanta. Quella squadra vantava fior di campioni; giocatori acquistati dalla società, è vero, ma quella compagine era stata messa in campo veramente bene e giocava uno splendido calcio totale, e per quest’ultimo aspetto il merito non poteva che essere ascritto all’allenatore.

Come straniero (ne era possibile soltanto uno a quel tempo, per cui l’operazione destava sempre grandissima curiosità), venne scelto lo scozzese Joe Jordan, uno sdentato combattente d’area, un buon attaccante benché sul viale del tramonto; e una brava persona, peraltro bistrattata vergognosamente da un maleducato eroe del nostro tempo recentemente.  Per la verità la prima scelta era stata quella del ben più forte Ceulemans, il quale però, non ricordo perché, dopo le visite mediche andate a buon fine, decise di piantarci in asso e tornarsene in patria, in Belgio. L’acquisto di punta autoctono fu Adelio Moro, uno che aveva fatto faville nell’Ascoli, una promessa poi non mantenuta che costò alle casse societarie uno sproposito, un miliardino circa delle vecchie lire. Un vero e proprio seghino ante litteram.

A metà stagione, visto anche il pessimo andamento della squadra, il comandante Colombo abbandonò schettinamente la nave prima che essa affondasse, cedendo la società a Giuseppe Farina, l’ex presidente del grande Vicenza di Paolo Rossi. A differenza del successore Silvietto, di quello fine anni 80 ma anche dell’attuale, Farina era un patron assai  squattrinato. Tuttavia, pur essendo parimenti astuto e possedendo il medesimo concetto di correttezza, rispetto a lui era infinitamente più competente in materia calcistica (li sentite gli “ooooohhhh!”? Sono i lurkers pidiellini che manifestano il loro sdegno). Ma appunto, Farina era abbastanza squattrinato, faceva quel che poteva. E poi, essendo  subentrato a metà stagione, per quanto abile e competente potesse essere, nel suo ruolo non poteva materialmente fare granché per raddrizzare la baracca.

Ma facciamo un passo indietro. Non ricordo come e quando le cose cominciarono ad andare male. Da subito, mi pare. Una fatica d’inferno a segnare, un sacco di gol beccati stupidamente malgrado la presenza di grandi difensori come Aldo Maldera, il Tasso, Fulvio Collovati (Franz non giocò quasi mai, mi pare per infortunio o malattia). Inoltre un tecnico capace in un’impresa che neppure Allegri è riuscito a compiere, cioè quella di inimicarsi in pochissimo tempo gran parte della squadra e della tifoseria. Rammento una depressione ambientale che, per ora, con quella attuale non ha nulla a che vedere, ma proprio nulla. Fulvio Collovati, il Capitano, si beccò addirittura una pietrata sulla zucca da parte di un  tifoso. C’è chi dice che quel profluvio di ragionamenti con cui Fulvio allieta gli spettatori della Domenica Sportiva ogni settimana sia fortemente influenzato da quel lontano episodio, ma nessuno può affermarlo con assoluta certezza.

Fatto sta che si procedette all’esonero di Radice, mi pare che fece in tempo ad occuparsene la coppia Colombo-Morazzoni ma ho ricordi abbastanza annebbiati in proposito. Comunque sia, in sostituzione si optò per una scelta interna, quella di Italo Galbiati, il quale successivamente diventò, per molti anni, vice del grande Fabio Capello. Il cambio in panca servì a poco, l’auspicata svolta non si verificò e – benché noi tifosi avessimo impiegato l’intera travagliata stagione a spiegarci a vicenda che “No, noi in B sul campo non ci finiremo mai perché siamo il Milan” – andammo a giocarci la permanenza in A a Cesena, mentre il Genoa, nostro concorrente diretto, era impegnato a Napoli.

Mi perdonerete senz’altro se non entrerò nel dettaglio di ciò che accadde quella domenica, quel che combinò Castellini a Napoli e le forti emozioni che ci investirono con la violenza di un fiume in piena durante la nostra vittoriosa rimonta da 0 a 2 a 3 a 2. Occorrerebbe un altro lunghissimo post per ricordare degnamente quella che, seppur nel male, fu una giornata importantissima per la nostra storia.  Dirò soltanto che, assieme a molti altri cacciaviti,  alla fine dei giochi me ne restai lì, a fissare il campo sulle allora malandate gradinate de La Fiorita per un tempo che ora non saprei definire, un tempo comunque ben oltre il momento della certezza della definitiva triste sentenza. Ricordo un irreale, pesantissimo silenzio interrotto talvolta da qualche soffocato singhiozzo. Insomma, si pianse.  Non io, io ero e sono tuttora un duro. Ma avrei voluto piangere anch’io, quel pomeriggio…