Negli ultimi giorni abbiamo assistito a uno spettacolino pseudocampanilistico degno della peggior Italietta da stereotipo, e sono proliferati gli schieramenti.

Gobbi contro milanisti.
Filosocietari contro antisocietari.
Milanisti del futuro e milanisti del passato.

Io, che fatico a etichettarmi, sono stato molto spesso, quando si parla di calcio, tentato di uniformarmi alla massa. Un istinto quasi primordiale, dovuto forse alla fede viscerale nei nostri colori, e contro il quale combatto per cercare di giudicare quanto più obiettivamente possibile gli accadimenti sportivi e non che gravitano attorno al “mio” Milan.

maglia1_mediagallery-pageDico “mio”, perché ne sono geloso, come un marito. Io il Milan l’ho sposato, mi si è proposto in nozze con i gol di Van Basten, e negli anni in cui sono arrivato all’età adulta mi ha dato sempre gioie, che fossero liberiane, croate, portoghesi, ucraine, piacentine, brasiliane o svedesi non importa.

Ma cio che amo del Milan è l’aspetto sportivo. E’ la prodezza, il colpo di tacco, il tackle tempestivo, l’assist impossibile.
E’ il fascino del tifo.
E’ la fascia di capitano. Io che avevo i brividi quando nel tour di San Siro mi sono seduto sulla poltrona di Maldini.
E’ la maglia, rossonera.
Rossonera, in parti uguali. Non quelle maglie del cazzo che sedicenti esperti di moda e marketing ci hanno propinato.

Su questi ultimi due capi di vestiario ci tengo a soffermarmi.
Sulla fascia, beh, è stato detto tutto quanto andava detto.
Il capitano è quello che dà la mano all’avversario e all’arbitro, è quello che alza la coppa e che chiede scusa ai tifosi. E’ la voce e l’esempio dei compagni.
Al Milan, il capitano è stato inoltre il rappresentante della Storia, nel nostro caso fatta di vittorie e lotta.
E’ Rivera, è Baresi, è Maldini. E’, anche se in maniera inferiore, Ambrosini.

Certo, nel Milan attuale fatichiamo a individuare un rappresentante della storia. Ma non dovrebbe essere difficile individuare un giocatore che è l’esempio per professionalità e correttezza. Non la professionalità sbandierata di Honda, intendiamoci. Ma quella silenziosa di chi è arrivato a mostrarsi leader incontrastato del suo reparto e dei nostri cuori martoriati: Diego Lopez.
Si tuffa, la prende, gliela deviano in culo ai morti e prende anche quella, difendono a cazzo e non si infuria, raccoglie il pallone e rilancia. Diego è il miglior portiere che io abbia mai visto giocare col Milan, quindi meglio di Pazzagli, Galli, Rossi, Ielpo, Lehmann, Abbiati, Dida, Storari, Kalac, Amelia, eccetera.

Quello che purtroppo non può indossare Diegone è proprio la maglia rossonera, essendo un portiere.

La maglia rossonera è la cosa più importante che esista. E’ quella, più di ogni altra cosa, più del logo, dei calciatori, dei giornali, dei tifosi, il vero simbolo del Milan.
La maglia, che Baresi teneva fuori dai pantaloncini, non può essere stravolta per nessun motivo.
Ho visto l’anteprima della maglia del prossimo anno, e da stolto fedele voglio credere che da quella maglia ripartiremo. E’ bellissima, col simbolo di Milano, con le righe uguali, senza fregi dorati, colletti bianchi da fighetta, scritte da sboroni né simboli strani.
E’ su quella maglia che voglio attaccare lo scudetto.
E vorrei pesasse cento chili, da schiacciare gli smidollati e rinforzare gli uomini veri.

E chissà che col nuovo stadio, la giusta maglia, e la fede dei tifosi, i dipendenti del Milan facciano tutti il loro lavoro al meglio, costruendo una squadra degna.
Ma tanto noi tifiamo lo stesso, che il gusto di un “Inter merda” non me lo toglierà mai nessuno.