Questa domenica quasi senza pallone (ci sono solo i play-off di Serie B e Serie C, in Italia) è anche l’ultima prima dei prossimi mondiali di calcio, i primi senza gli azzurri dal 1958 – qualificazione che si sarebbe potuta ottenere solo se ci fosse stato un allenatore all’altezza (e non uno che ha avuto come massimo traguardo nella carriera un settimo posto col Torino), un’autocritica intellettualmente onesta dopo le eliminazioni al primo turno negli ultimi due mondiali (conclusi, invece, nel 2010 con uno spirito di delusione mitigato dalla riconoscenza per il titolo di quattro anni prima, e dalla ricerca di un capro espiatorio, nella fattispecie Mario Balotelli, nel 2014), la necessità di capire che in assenza di un alto tasso tecnico era necessaria la tattica, una stampa sportiva decisamente cieca di fronte a quello che è chiaro da anni, cioè che no, il vecchio blocco Juve non era la forza della nazionale, anzi, talvolta era la sua debolezza. Senza uno o due di questi errori o problemi, l’Italia – anche questa Italia, così povera di talenti compiuti e giocatori esperti – avrebbe agevolmente ottenuto la qualificazione contro la Svezia.

I tifosi della nazionale azzurra saranno spettatori e dovranno scegliere tra la neutralità o provvisori beniamini. La Gazzetta dello Sport ha scelto l’Islanda. Ognuno avrà le proprie preferenze. Da parte mia, che da qualche anno vedo la nazionale di Prandelli, Buffon, Ventura ecc. con un certo fastidio, per ora c’è solo un po’ di interesse generico nel capire come può andare a finire.

La Germania è la squadra che detiene il titolo nonché tra le favorite del torneo per via della qualità dei giocatori. Quest’anno, come nei precedenti anni, ha una buona coppia difensiva, quella composta da Boateng e Hummels, che però non si può certo definire eccellente. D’altra parte, però, è stato recuperato Neuer, che probabilmente si riprenderà il posto da titolare davanti a Ter Stegen. Il centrocampo è davvero qualcosa di straordinario a mio avviso, un concentrato di giocatori di alta classe. In generale, a parte poche eccezioni (Kimmich, ad esempio), il difetto di questa squadra è forse la mancanza di gente tosta, con gli attributi (anche uno come Khedira, se ci pensiamo, non è proprio quel tipo di giocatore super grintoso che ci si aspetterebbe in mezzo al campo) – anzi, di difetti ce ne sono due: l’altro è la quasi incapacità di reagire di fronte all’imprevisto che inceppa il piano perfettamente escogitato.

La Francia idem, è molto forte. Resta da capire come giocherà là davanti, dove magari si affiderà a un trio veloce guidato da Griezmann per poi tornare a partita in corso alla classica prima punta – il problema è che il ruolo sarebbe occupato da Giroud, un giocatore dai limiti noti. Se i cugini transalpini avessero un bomber vero in avanti, sarebbero sicuramente i candidati numero uno alla vittoria finale. In assenza, e visto anche il precedente dell’Europeo sfuggito due anni fa, resta una squadra temibile che però non si può piazzare davanti alle altre.

Il Brasile rimane nella scia di quello visto nelle ultime due edizioni, cioè una squadra forte ma non più stellare come ci aveva abituato a essere. Bisogna però ammettere che la selezione sudamericana si presenta con due punti di forza: un portiere che viene da una stagione eccellente, Alisson, e degli interpreti d’attacco invidiabili come il giovane Gabriel Jesus e, soprattutto, Neymar (Firmino lo farei restare comodamente in panchina, invece). Solitamente, seppur non sempre, questi sono due ottimi presupposti per costruire una squadra vincente. Il primo posto solitario nel girone di qualificazione (+10 sull’Uruguay) danno l’impressione di una squadra che magari non convince, ma, forse, vince.

Infine, tra le favorite ci metterei la Spagna, che, vuoi per l’abitudine dei suoi calciatori ad alzare trofei (9 dei giocatori in rosa hanno appena vinto un titolo europeo, mentre altri sei hanno vinto il rispettivo titolo nazionale nella Liga, in Premier League o in Bundesliga), vuoi per l’evidente qualità della rosa, entra di diritto nel gruppo dei pretendenti al titolo, con buone possibilità di fare il bis mondiale dopo Sudafrica 2010.

Non vedo molto spazio per le sorpese, anche se forma fisica, tabellone e infortuni giocano un ruolo importante in tornei lunghi solo un mese. Il Belgio è il primo degli outsider, che vedo a a pari merito con l’Argentina di Messi, che è una squadra piena di buoni nomi da anni e che però, non è mai riuscita a esprimere il proprio potenziale per una serie di motivi. Allo stesso livello va messo il Portogallo campione d’Europa (che, ricordiamolo, vinse il titolo continentale con un Cristiano Ronaldo a mezzo servizio). Non mi sembra messa male la Croazia, seppur un poco vecchiotta dietro e deludente agli Europei di due anni fa, che davanti potrebbe mettere in mostra Kramaric dell’Hoffenheim. Sono interessanti Colombia, Uruguay e Polonia (occhio al tabellone), idem l’Inghilterra, che ha pur giocatori di discreto talento (e se si è qualificata l’Inghilterra, avrebbe potuto qualificarsi comodamente anche l’Italia). Non malaccio la Serbia (e riconosco che si tratta di un’opinione un poco hipster), ma qui, come per i croati appena citati, rimangono i dubbi riguardanti la cronica incapacità di certe squadre dell’est europeo di prepararsi in maniera adeguata per questi appuntamenti a livello psicologico e atletico (la preparazione conta, e molto). Fuori da due continenti che di solito spadroneggiano, resta poco: il solito ruvido Messico, il Senegal di Koulibaly, Mané e Keita Baldé. La squadra padrona di casa, la Russia mi sembra poca cosa, ma la FIFA ci insegna che tutto è possibile (si vedano, per restare alla storia recente, al sorteggio manipolato per Francia e Brasile nel 1998, o ai palesi aiuti arbitrali in favore della Corea del Sud nel 2002).

Suddividerei così le squadre di questo mondiale:

Favorite: Brasile, Francia, Germania, Spagna

Seconda fascia: Argentina, Belgio, Croazia, Portogallo

Outsider: Colombia, Inghilterra, Polonia, Uruguay

Possibili sorprese: Costarica, Messico, Russia, Senegal, Serbia, Svizzera.