Nel palmares di Luciano Spalletti spiccano due successi nel campionato russo e due  in Coppa Italia, più diverse qualificazioni in Champions. Non una ventennale carriera zeppa di successi la sua, ma neppure di insuccessi se si valuta attentamente il tutto. Lo si può definire un tecnico affidabile quindi, il Luciano. Uno capace di adattarsi ai giocatori a disposizione, uno non legato rigidamente a un solo modulo e una sola filosofia, ma comunque un allenatore sempre capace di esprimere un buon calcio. Un tipo di calcio potenzialmente  semplice da comprendere per quelle capre che formano la nostra rosa, un calcio meno cervellotico di quello che appartiene a Giampaolo. Il carattere è il suo punto dolente. E’ un tipo incazzoso, Luciano. Con i giornalisti, con gli arbitri, con i giocatori. Probabilmente anche con il suo cane, se ne ha uno. E’ un po’ pazzo come molti toscani, Luciano, quindi imprevedibile. A me personalmente è sempre stato simpatico, ma comprendo che non sia facile trovare qualcuno che condivida questo mio sentimento. Certamente egli è affidabile quanto a capacità, ma caratterialmente è una mina vagante: o sarebbe riuscito a mettere in riga le capre di cui sopra, migliorarci e  riportarci a competere per qualcosa di più prestigioso della salvezza — ipotesi secondo me più probabile — oppure avremmo continuato a fare schifo come ora — ipotesi remota, improbabile fare come o peggio di Giampaolo. Spalletti, al di là del caratteraccio, era da prendere già l’estate scorsa, si doveva iniziare con lui senza autoinfliggerci il flop annunciato di Giampaolo. E senza infliggerlo a Giampaolo stesso, che mi è sempre sembrato una brava persona, un tecnico serio e appassionato (anche se per me scarso sul piano pratico). Ma soprattutto senza inscenare l’ignobile manfrina di questi giorni, con uno Spalletti prima contattato poi rimasto a fare il disoccupato extralusso, e il povero Pioli gettato nella mischia alla cazzo di cane, così, tanto per fare qualcosa.

Stefano Pioli ovviamente non è povero. Non di denaro almeno. Nessuno che abbia giocato e poi allenato a quel livello lo è, a meno che non abbia le mani bucatissime. Ma stiamo pur sempre parlando di esseri umani, con il loro orgoglio, la loro dignità. Non è che il denaro riesca a ripagare di tutto. Umanamente spiace per Giampaolo, ma ancora di più per Pioli. Ciò che si è scatenato sul web, che ha portato il Twitter hashtag #Pioliout al terzo posto mondiale è impressionante, credo senza precedenti nel mondo rossonero. Pur essendo profondamente scosso e preoccupato da questa situazione, non mi ci sono accodato, un po’ perché come al solito me la tiro, ma soprattutto perché prima di fare qualsiasi cosa ho la buona — o pessima, dipende — abitudine di rifletterci sopra. L’ho fatto, e ho concluso che chiunque sieda su quella panchina sempre più  bollente abbia bisogno, almeno inizialmente, di tutto il supporto possibile da parte nostra. Non oso immaginare come possa sentirsi un tecnico professionista di lungo corso di fronte a un’accoglienza del genere: di certo non carico a molla. C’è molto autolesionismo in questa spaventosa ondata d’indignazione. Tuttavia comprendo la reazione di pancia. Non posso biasimarla del tutto. Le manovre della dirigenza rossonera, per lo meno per ciò che concerne la guida tecnica della squadra, sono state finora senza senso, confusionarie, umorali, sorprendenti nell’accezione negativa del termine. Da dilettanti allo sbaraglio. Manovre non degne di chi ha vissuto esperienze di campo di quel livello. Le proteste, il malcontento praticamente unanime, non sono rivolti contro il nuovo allenatore del Milan, questo lo capirebbe anche chi possiede l’intelligenza di un pesce rosso (infatti parte dei giornalisti sportivi non l’ha capito e ci ha ricamato sopra una stucchevole retorica); è chiaro che il diretto interessato non può non venire ferito da tanto clamore, ma speriamo che, almeno lui, Stefano Pioli da Parma, comprenda.

Non so a chi, fra  Paolino o Zorro, vadano attribuite le piene responsabilità del flop  di Giampaolo (ripeto per l’ennesima volta: ampiamente prevedibile, non c’è senno di poi che tenga nella fattispecie) o dell’esposizione mediatica sulla trattativa Spalletti poi sfumata in quel modo, o della successiva virata su Pioli; e neanche mi interessa più di tanto vista l’amicizia fra i due (alle scempiaggini mediatiche circa aspri disaccordi fra loro non credo manco se li vedo fare a cazzotti). La sostanza invece mi interessa: è stata fatta una orrenda figura in generale. Inesperienza, si dirà. E comunque l’esperto Galliani cacciò Terim alla decima giornata e Tabarez all’undicesima, si dirà. Tutto vero, infatti nessuno dovrebbe crocifiggere definitivamente ancora nessuno, se non altro perché la qualità del mercato svolto in estate non si è ancora  potuta valutare appieno, giacché il precedente allenatore quel mercato se l’è filato davvero pochissimo. Ma proprio non è possibile essere tranquilli, neanche il cacciavite più ottimista può esserlo in questo momento. Le strane fughe di Leonardo e Gattuso e il malumore di quest’ultimo ostentato in conferenza stampa a  due mesi dal termine della stagione scorsa, all’epoca li abbiamo assimilati abbastanza rapidamente e nascosti da qualche parte, ma ora riaffiorano, e inducono a fosche considerazioni. Vedo molta approssimazione, poca umiltà. Tanta energia nel volere costruire stadi e poca nel volere investire nella squadra. E un distacco nei confronti dei tifosi oltremodo irritante, che mi ha costretto a rivedere un po’ — non senza dolore — l’alta considerazione che avevo per qualcuno: qualche discesa dal piedistallo e qualche spiegazione pubblica in più, preferibilmente sincera, non avrebbero guastato. Né ora né durante tutta la nuova avventura dietro la scrivania.