Ho letto Fragile, autobiografia di Marco Van Basten, scritta in collaborazione con un tale di nome Edwin Schoon. Confesso che ne avevo piene le tasche di questo genere di letture; mi ero ripromesso di smetterla, specialmente dopo essermi sorbito le irritanti facezie letterarie di Andrea Pirlo. Tuttavia credo sia inutile spiegare perché, stavolta, abbia fatto un’eccezione.

Fragile è stato una mezza delusione. Per motivi differenti rispetto a quelli che mi spinsero a bocciare Penso quindi gioco di Pirlo. Marco, a differenza del gobbo ingrato, ha raccontato la storia della propria vita senza peli sulla lingua, senza sfottere chi ha contribuito a renderlo ciò che è stato, con estrema durezza in alcuni casi ma sempre concedendo diverse attenuanti a coloro con i quali ha avuto qualche screzio. Ponendosi spesso il dubbio di avere avuto un pizzico di torto anch’egli, in qualche frangente. E soprattutto ribadendo a più riprese il proprio amore per il Milan, per San Siro, per il popolo rossonero. Una distanza siderale dal neo allenatore della primavera gobba.

A proposito di San Siro Marco ha scritto: “E’ sempre in quel periodo (1991-1992) che ho iniziato a considerare San Siro come se fosse davvero casa mia. Era una sensazione fortissima, mi sentivo nel mio territorio di caccia. I pomeriggi avevano sempre un sapore un po’ speciale quando facevo gol lì. L’ansia spariva e sul campo mi sentivo totalmente libero. Allora giocare a San Siro era un po’ come danzare. La cosa strana è che la sensazione che San Siro fosse mio ce l’ho avuta addosso per anni, anche quando quel periodo era finito. Anche dopo il ritiro, quando mi capitava di tornare a Milano. E’ sfumata molto lentamente, con il passare degli anni.”

Da brividi. Ed è soltanto un esempio fra tanti. Non è mancato mai, nel libro, un pensiero carino nei nostri confronti. Ma allora cos’è che non mi ha convinto?

Di preciso non saprei. Si tratta di un insieme di cose. Probabilmente mi aspettavo chissà quali mirabolanti rivelazioni. Trattandosi di Lui, d’altronde, è comprensibile, essendo il mio numero uno fra gli attaccanti milanisti che ho visto giocare. E poi c’è quella maledetta caviglia. Secondo me ha occupato troppo spazio: comprendo che quell’articolazione ballerina sia stata un vero calvario per Marco, e il fatto che essa gli abbia precluso uno straordinario proseguimento di carriera e privato noi prematuramente del più forte centravanti di sempre avrebbe certamente meritato ampio spazio, ma ampio è un conto, esagerato un altro. Non so, magari è colpa mia: forse ho odiato talmente tanto quel periodo di altalena fra  l’ipotesi di un possibile rientro e quella del temutissimo ritiro poi verificatosi, che rivivere le sofferenze “da dentro” del grande fuoriclasse deve avermi infastidito oltre misura.  Anche il periodo dei primi passi nel mondo del pallone, le esperienze nei settori giovanili mi hanno interessato poco, ma anche questo potrebbe essere stato un mio limite, forse generato dall’impazienza di giungere al periodo che più  attendevo, quello rossonero. E pure il fatto che di tale periodo mi sarei aspettato uno spazio più ampio e una maggior dovizia di particolari, deve avere contribuito enormemente a fare sì che questo libro non mi abbia soddisfatto appieno.  Sono state di più le parti che ho trovato noiose rispetto a quelle interessanti, tutto sommato.

Ciò non significa che le parti interessanti non ci siano state.

La tragica morte dell’amico, sprofondato in un lago ghiacciato sotto i suoi occhi quando aveva appena sette anni. Il rapporto con il padre, gelido nella vita di tutti i giorni, caldo quando fra loro irrompeva la passione comune per il calcio. Il tiepido rapporto con i fratelli, un po’ gelosi delle attenzioni del padre verso il promettente campioncino. L’ictus della madre, un racconto doloroso e commovente. La venerazione per Cruijff, quella per Berlusconi. I guai col fisco, sia italiano sia olandese (a venerare berlusca poi si assorbono anche i difettucci, è scontato). Gli scazzi con Boban, all’epoca in cui entrambi lavoravano assieme per la FIFA. Quelli con lo stesso Cruijff. E con Sacchi.

Ecco, le parti  riguardanti Arrigo sono forse quelle più interessanti: la conferma di ciò che si diceva all’epoca e che Sacchi aveva sempre smentito, cioè il suo aut aut a Berlusconi, “O Van Basten, o io”;  la frase, altrettanto brutta, che Marco sputò in faccia ad Arrigo negli spogliatoi, “Non abbiamo vinto grazie a te, abbiamo vinto malgrado te”. Non mi è piaciuto granché ciò che Marco ha scritto di Sacchi; nulla di  brutalmente offensivo, beninteso, ma il tentativo strisciante di sminuire gli indubbi meriti del romagnolo sull’innesco del primo grande ciclo berlusconiano mi è sembrato ingeneroso, sebbene io non sia affatto un fan sacchiano e abbia sempre trovata esagerata la mitizzazione costruita negli anni per questo allenatore. Non è un tipo facile Marco, lo si sapeva, nel libro egli lo ha ammesso apertamente e talvolta quasi se ne è scusato, abbozzando alla fine anche qualche buona parola per il vecchio Mister; ma bisogna dirlo, in quest’ultimo caso è stato poco convincente.

Un libro che si può leggere, sia chiaro. L’importante è non commettere il mio errore: aspettarsi troppo.