Esistono episodi che restano impressi più di altri, e spesso neppure noi sappiamo spiegarcene la ragione. Dal settore rossonero del mio cervello, zona da sempre popolata da gioie e dolori, sovente riaffiora un Ajax-Milan, finale di Supercoppa del 1973.
Come dicevo, neppure io conosco la ragione per cui il ricordo di quella partita è meno indelebile rispetto ad altri. Forse la ragione è che si trattò di un disastro, il primo vero trauma a livello internazionale inflittomi dalla squadra che tanto amo.

All’epoca, l’assegnazione del trofeo, agli albori e quindi ancor meno importante di quanto lo è oggigiorno, avveniva dopo due partite. La prima venne trasmessa in diretta dalla RAI, di pomeriggio. L’Ajax era uno squadrone, campione d’Europa da due anni, praticava un calcio per quei tempi fantascientifico ed era zeppo di fuoriclasse assoluti, fra i quali riusciva addirittura ad emergere un certo Johann Cruijff; il Milan era un’ottima squadra, non più quella che aveva bastonato gli stessi olandesi qualche anno prima in finale di Coppa dei Campioni, ma pur sempre temibile e prestigiosa. E poi aveva Gianni Rivera, il mio idolo, una divinità.
Io avevo nove anni, e mi cagavo letteralmente sotto.
Mi piazzai davanti alla TV e fui costretto ad assistere ad un’autentica lezione di calcio, a San Siro, a casa nostra. Fu un assedio, e le occasioni sprecate dagli olandesi furono numerosissime, fino a quando Luciano Chiarugi, approfittando dell’unica disattenzione di quella difesa altissima, infilò un gol immeritato.

Il ritorno venne trasmesso in sintesi, in un orario assurdo, mi pare le 23 o giù di lì. Furono necessarie ore e ore di trattative con mio padre affinchè mi fosse permesso di assistervi. Non conoscevo il risultato, allora l’informazione sportiva era estremamente meno immediata ed ossessiva rispetto ad oggi. Mi ero organizzato: bandiera rossonera stretta al petto, bottiglia d’acqua per combattere l’arsura da tensione memore dell’esperienza dell’andata, istruzioni ferree di assoluto e religioso silenzio ai familiari.
Fui il primo a rompere quel silenzio. Ai primi due gol con qualche singhiozzo, con un costante crescendo ai successivi per concludere con un pianto angosciato al sesto. Alchè, persa la pazienza, mio padre mi spedì a letto, infuriato per quella disperazione per lui incomprensibile.
La prima notte insonne della mia vita, ma da quel giorno non ho mai più pianto per una sconfitta.