Se ne leggono di tutti i colori dopo il rovescio di Palermo. C’è chi si scaglia contro il tecnico, chi contro la società e qualche giocatore. Ho letto da qualche parte che qualcuno addirittura insinua sospetti sull’ energia evidenziata dai rosanero. A parte l’ ultima sciocchezza, tutto il resto merita un’ analisi approfondita.
La farò da semplice tifoso di lunga milizia, sia chiaro, non sono nè un tecnico nè uno informato sulle vicende societarie. Taluni "esperti" da blog, quelli che sputano supposizioni spacciandole per fatti acclarati, non hanno mai riscosso le mie simpatie.

Il tecnico. Carletto ha meriti enormi nelle vittorie degli ultimi anni. Ha vinto la sfida di schierare Pirlo, Seedorf,  più vari giocatori dai piedi di seta tutti assieme, quando la tendenza generale – non soltanto italiana – era indirizzata verso scelte prettamente "muscolari", specie in quella zona fondamentale per le sorti di un incontro che si chiama  centrocampo. Questa filosofia, ha portato come dicevo risultati esaltanti checchè ne dicano i detrattori interisti e interni. Ma con il trascorrere del tempo, dacchè i volponi che circolano nel campionato italiano hanno trovato le contromisure (buon ultimo il bravissimo Ballardini), e l’anagrafe ha presentato l’inevitabile conto, pare che i vantaggi portati da tale scelta siano diventati di gran lunga inferiori rispetto agli svantaggi. E questo non da ieri, bensì da tre anni a questa parte.
Quali sono le colpe di Carletto? Semplicemente quelle di non possedere più il coraggio che ebbe all’inizio della sua avventura sulla nostra panchina; di non essere in grado di recidere il cordone ombelicale con alcuni giocatori; di presentare sempre e soltanto lo stesso prevedibile modulo; infine di accettare ogni decisione della società senza proferir verbo (perlomeno pubblicamente).

La società. La dirigenza è la stessa che ci ha fatto gioire come nessun’altra nella nostra storia (Meani in tutto questo c’entra un tubo). La stessa che ha vestito di rossonero i vari Gullit, Van Basten, Kakà, Sheva, Weah, Rijkaard e tanti altri. La stessa che ha dato all’ A.C. Milan un’ organizzazione con pochi eguali nel mondo. Ma è anche la stessa che antepone il marketing all’aspetto tecnico, che pretende che un allenatore (il quale è sempre il primo che ci mette la faccia) non metta bocca nelle campagne acquisti, che ha messo più volte in imbarazzo i propri tifosi per vicende tutt’altro che cristalline, le quali hanno arrecato più danni che vantaggi,  paradossalmente proprio a quell’ immagine alla quale si afferma di tenere più che ad ogni altra cosa. La stessa dirigenza che indugia troppo spesso nelle autocelebrazioni, e nel culto di una personalità assai controversa qual è quella del suo datore di lavoro.
Auspico un cambio ai vertici dirigenziali da tempo, e ho continuato ad auspicarlo anche all’indomani di Atene (tanto perchè non mi si accusi di sputar sentenze quando le cose non filano per il verso giusto). Tuttavia, occorre tenere sempre a mente una cosa: anche per un grande club, lo sport è ciclico e non si può pretendere di vincere sempre. Nei momenti poco brillanti ci vuole pazienza e  bisogna imparare a rispettare chi lavora meglio di te, anche se si chiama Inter, anche se ti sta sulle palle.

I giocatori. Sulle doti tecniche, sulla classe, nulla da dire, sono qualità sotto gli occhi di tutti. Sull’ impegno di coloro che finiscono continuamente sul banco degl’ imputati mi sentirei di mettere la mano sul fuoco. Si tratta di professionisti seri, plurititolati, credo siano i primi a rammaricarsi quando si espongono a pessime figure tipo quella di ieri. Non si può pretendere che snaturino le caratteristiche che li hanno fatti diventare grandi. Kakà ci stava provando, infatti si è beccato una sfilza d’ ammonizioni che ne hanno causato la recente squalifica. Seedorf e Pirlo non possono fare i Gattuso e contemporaneamente i Seedorf e Pirlo. Gattuso come giocatore di fascia e crossatore è improponibile.
Questi sono soltanto alcuni esempi di incongruenze che, nel mio piccolo, ho rilevato. Ce ne sono altri, ma mi pare che il succo della questione sia chiaro.
Quello che piuttosto chiederei a questi giocatori, poichè mi pare difettino sotto questi punti di vista, è una maggior disponibilità al movimento senza palla e al gioco di squadra, nonchè alla comprensione che il turn over è fondamentale alla causa comune.

In definitiva, a mio avviso, per sistemare un pò le cose e diventare relativamente competitivi sarebbero sufficienti pochi accorgimenti: far giocare –  nel limite del possibile –  i giocatori secondo le proprie caratteristiche, e la squadra con un minimo di equilibrio tattico in più. Per far questo è necessario che i giocatori comprendano che esiste talvolta anche un’ accogliente panchina. Lo devono capire sia Carletto che i giocatori stessi.  Questo non produrrebbe il "bel giuoco", quello latita ormai da anni, per lo meno con continuità, ed è un problema strutturale che peraltro ai tifosi importa il giusto. Ma garantirebbe quella solidità che è fondamentale per il campionato italiano, e poi la possibilità d’ innescare il mostruoso potenziale offensivo di cui disponiamo. E questo invece, per i tifosi è vitale.

Facile a dirsi? Non credo. In fondo, prima del rientro di Pirlo, sembrava fossimo sulla buona strada.