L'abbiamo capito che Kakà se ne va. Siamo milanisti, i duri di comprendonio esistono anche fra noi, sono pochi ma esistono,  però a tutto c'è un limite, anche alla pazienza. E poi cugini, gobbi e media anglo-italo-iberici ce lo ripetono da tre anni, abbiamo assimilato il concetto. Però c'è un però: Kakà non se ne va mai. Neanche quando sembra cosa fatta come durante la recente trattativa con il Manchester City. Se ne va, se ne va, e poi resta qua, giocando maluccio per giunta. E rilasciando di tanto in tanto dichiarazioni ambigue e fastidiose. E' chiaro, vorrei che restasse per contribuire alla causa, per rivederlo ai livelli che giustificano tanto interesse nei suoi confronti. E, last but not least, per la soddisfazione di vedere ancora una volta sbugiardate le profezie dei gufi frantumatori di zebedei. Ma se non accadesse, amen, un mare di soldi ad "He Belongs to Jesus", un oceano nelle fameliche casse di via Turati e buon viaggio. Il problema è che poi inizierebbe una nuova storia, quella di "Pato il prossimo anno se ne va". E noi ad incavolarci, Galliani a smentire, il nuovo oggetto del desiderio di mezzo mondo (a mio avviso in prospettiva più forte di quello vecchio) a sventolare la maglia da un balcone per rassicurarci…