Qualche dubbio m'era già sorto tempo fa, se proprio devo dirla tutta. Adesso, dopo l'ultima sparata teccniccottatticca (mamma mia Capello quanto mi manca!) ho soltanto certezze: Essebì, di calcio, non capisce una cippa. Uno che a Rijkaard avrebbe preferito Borghi (un mormone argentino fissato pure lui come Kakà con la verginità pre-matrimoniale), che ha delirato di marcature a uomo su Zidane in occasione di un Europeo praticamente già vinto ma perso esclusivamente per semplice sfiga al 90°, che alla fine di un derby memorabile vinto in rimonta non trovò di meglio da fare che rompere pubblicamente i maroni a Carletto sul numero di punte schierate, che alla fine di ogni derby va negli spogliatoi interisti a complimentarsi con i cugini, uno così dicevo, o è interista o appunto di calcio ne capisce zero. Che poi riflettendoci si tratta sovente della stessa cosa.

Oddio, allora è vero ciò che dicono da una vita i cugini in uno dei loro mal riusciti e fanciulleschi tentativi di ferirci a morte! Abbiamo avuto un presidente interista per vent'anni, un insider ad occupare il ruolo più decisivo in una società di calcio, quello di colui che ha l'ultima parola, di  colui che mette i denari.  Non ce n'eravamo mai accorti. Lo facciamo soltanto ora dopo quattro lustri. A questo punto non so più di chi fidarmi, i cugini si trovano talmente in mezzo a noi che potremmo averne uno a fianco, parlare, scherzare, sbronzarsi e andare a fighe assieme a lui e non rendercene conto. Marcovan stesso, recentemente sgamato come vetero-comunista, potrebbe essere anche interista e quindi, nonostante i suoi 45 anni, non aver la più pallida idea di cosa si possa provare vincendo una Champions.

Scherzi a parte, interista Essebì non lo è (forse), ma di certo il suo comportamento è sconcertante. Non comprendo se la sua sia la solita mania di protagonismo tipica del personaggio o reale ed onesta (quanto dannosa) volontà di tentare di dare una mano. Comunque sia, non è questa la maggior partecipazione alle vicende della squadra che ci aspettavamo da lui. Fra i due mali meglio il minore, ossia l'autogestione degli ultimi anni. Carletto ascoltava, poi preferiva sbagliare – peraltro poco – di testa propria. Mi domando rabbrividendo se Leo sarà in grado di fare altrettanto.