Sono tornato dalle brevi vacanze nella terra natìa della morosa. Le Dolomiti sono affascinanti, uniche, maestose. Se sei appassionato di alta montagna ti entrano dentro con  violenza inaudita, se sei – come me – un figlio del mare, s’impadroniscono del tuo cuore in maniera più dolce ma non per questo meno coinvolgente. Le Dolomiti ti osservano da lassù, incombono su di te, ti avvolgono ma non t’infondono alcun senso di protezione, tutt’altro: ti rammentano continuamente, ogni volta che con lo sguardo t’azzardi a risalire le loro interminabili pareti fino alle vette, che sei un essere insignificante al loro cospetto, che appartieni ad una specie presuntuosa ed arrogante che si bulla di dominare il mondo ma in realtà non vale un cazzo. Ti rammentano  che lì comandano loro e tu sei un ospite neppur tanto gradito.

Ho visitato il Vajont, il luogo della tristemente celebre strage d’innocenti. Il Monte Toc, l’assassino plurimo che presenta ancora nello stomaco, ben visibile ed intatta a dispetto dei numerosi decenni trascorsi, la pistola fumante, l’enorme ferita lasciata dalla gigantesca frana che provocò il disastro. Ne sono rimasto colpito, a tratti ho avuto la sinistra sensazione di udire l’ eco di quelle strazianti urla di terrore e morte risalenti a quasi mezzo secolo fa.

Ma Vajont a parte, conosco bene quei luoghi, ci sono stato varie volte in passato, d’inverno per sciare, d’estate per passeggiare e godermi tutto quel verde che la natura dominata da questi meravigliosi giganti rocciosi ti regala. Ma ogni volta ritorno a casa con la sensazione di aver subito un rapimento dell’anima e di essere  riuscito miracolosamente a fuggire, anche se non completamente.

Non fateci caso. Accade ogni volta che vedo le Dolomiti d’appresso. Impiego qualche giorno poi la nostalgia si affievolisce pian piano.

Comunque sia torno a casa, mi riambiento, accendo il PC sicuro che il mio fido braccio destro Adamos ha fatto un buon lavoro. Dapprima realizzo che sì, il buon lavoro l’ha fatto ma deve essergli sfuggito un particolare non  da poco: i cugini hanno preso possesso del blog e pubblicizzano qui le loro demoniache realizzazioni letterarie. Poi mi rendo conto che addirittura il post è opera di "Scassaminchiad’oro" Kalunaat e traggo un sospiro di sollievo. Anzi no, mi preoccupo, significa che sia Adamos sia Kalunaat sono impazziti. Completamente e definitivamente.

Scherzo, lo spirito del blog è questo ed è stato completamente afferrato da tutti o quasi. Congratulazioni, era il mio sogno di quando, vagando per il web, m’imbattevo in siti di tifosi ove il calcio era stato ridotto a squallido pretesto per insultare sconosciuti occultandosi al riparo di una tastiera. Lungi da me ‘ste cose, lungi da noi. L’Inter, con quei nauseabondi colori e tutto il resto fa cagare, ma non c’è bisogno di ripeterlo continuamente ai cugini. Primo perchè si finisce per non parlare più di calcio, secondo perchè sotto sotto i cugini lo sanno già.

La partita di domenica scorsa. Orbene, le cronache delle gare sono onore ed onere di Adamos il quale però ha preferito farsi giustamente i cazzi suoi anzichè assistere allo scempio. Quindi tocca a me, anche se sono la negazione assoluta e so che tentando di avventurarmi in disamine tattiche rischio il ridicolo. E poi l’orrore di Milan-Bari l’ho sì seguito, ma distrattamente, più che altro per dovere e pervaso dal rimorso che l’altro orrore, quello di mercoledì scorso, mi era stato risparmiato dal fatto che mi trovavo in culo al mondo a svagarmi e nell’impossibilità di assistere ai programmi Sky. Poco male comunque, solita trama: Milan arruffone, disordinato, volenteroso ma poco efficace e soprattutto poco convinto di ciò che fa e del proprio futuro. Un Milan condotto male da un tecnico sparato lì alla spera-in-Dio da una proprietà presuntuosa e menefreghista, alla quale va addossata la maggior parte delle colpe poichè giocatori e tecnico, mai come quest’anno, sono stati imposti dalla proprietà stessa. Una proprietà sempre giustamente  in prima fila qualora vi fosse da raccatar elogi, ma molto defilata nel momento dell’ammissione di colpa.

Nonostante ciò il Milan, questo Milan, può risollevarsi in due modi: uno è che l’intelligenza di cui Leo è oggettivamente dotato gli permetta di fare un percorso straordinariamente rapido e di far sue in breve tempo quelle conoscenze per le quali invece occorrerebbero anni d’apprendistato; l’altro è che la stessa intelligenza gli suggerisca di dimettersi, sbugiardando clamorosamente il presuntuoso che lì l’ha piazzato.

Sempre forza Milan ed un caldo benvenuto a ilCamisa.