Mi sono immerso nella lettura di questo libro durante la recente vacanza dolomitica. Di notte, mentre tutti dormivano, in un paesino d’alta montagna popolato sì e no da 600 anime. Nel silenzio più totale. Può ancora accadere, in questo chiassoso e caotico primo decennio  del XXI secolo.

Perchè la necessità di questo religioso silenzio? Perchè non volevo rischiare di deconcentrarmi, di perdere anche solo una virgola di questo libro ben scritto dal bravo Gigi Garanzini (tifoso non-milanista) che nulla fa per nascondere il profondo affetto per l’uomo Nereo Rocco, affetto da me ampiamente condiviso. Questo mio affetto non è dovuto al fatto che Nereo Rocco è stato uno degli allenatori più vincenti della nostra storia (l’aggettivo "tecnico" avrebbe senz’altro fatto scompisciare il Paron) o il primo italiano a vincere una Coppa Dei Campioni. O almeno non è dovuto soltanto a questi motivi. Questo mio affetto è dato principalmente dal fatto che Nereo Rocco è stato il "mio" primo allenatore nonchè personaggio immenso, diverso da coloro – mi limito a menzionare i cosiddetti "vincenti" – che nel tempo gli succedettero: diverso dal freddo ed ironico Liedholm, diverso dal rivoluzionario e maniacale Sacchi, diverso dall’antipatico e teutonico Capello, diverso dal modesto e tranquillo Zaccheroni. Dimentico Ancelotti? Nient’affatto. La ragione di questa omissione è che Carletto è una razza a parte, secondo me non è altro che la palingenesi di Rocco adeguata ai giorni nostri, una sorta d’evoluzione della specie.

Diverso è quindi il Paron, con i suoi difetti – e il libro, che non è un’agiografia, non manca di sottolinearli – ma con una montagna di pregi, primo fra tutti un cuor d’oro di dimensioni spropositate celato dietro un aspetto fintamente burbero. Diverso perchè raramente si esprimeva in italiano, cosicchè i suoi nuovi giocatori erano costretti ad imparare a comprendere il suo dialetto triestino prima ancora degli schemi di gioco. Diverso perchè non pretendeva d’inventare nulla, per lui il calcio era una cosa semplicissima e divertente, nonostante si trattasse della sua professione e della sua vita.

Chi fosse convinto che un Milan degno d’attenzione sia soltanto quello dell’ultimo ventennio  può evitare di spendere soldi e tempo per comprare e leggere questo libro. Agli altri, o a chi soltanto avesse dei dubbi, consiglio vivamente di farlo. E’ un tuffo nel passato, in un calcio distante anni luce da quello di oggi. Da quello, per esser chiari, dei termini urticanti come business, ranking UEFA e merchandising, dei genii della comunicazione alla Mourinho e dell’avidità di certi  procuratori, delle partite ogni tre giorni in TV e della logica  che un calciatore deve automaticamente fidanzarsi con una velina e non magari con una commessa, una ragioniera o una cassiera di supermercato (i calciatori  moderni quelle di queste ultime tre classi sociali al massimo le trombano, ma soltanto se molto fighe).

Leggere questo libro per me è stato come incontrare un vecchio amico. Anzi, un nonno burbero ma buono che credevo non avrei rivisto mai più.