Io credo sia giunta l’ora per questo sport di ammettere che esiste un problema. Il doping non c’entrerà nulla con le morti di Pantani e Vandenbroucke, è tuttavia innegabile che nel mondo del ciclismo professionistico (e non solo professionistico) esiste un malessere diffuso, pernicioso, sempre più spesso letale. Ho l’impressione che questo sport durissimo, meraviglioso e romantico stia dirigendosi verso la propria fine e non faccia nulla per evitarlo, per tentare di non morire fra atroci dolori. E’ già accaduto ad un altro sport di suicidarsi stupidamente, ossia la boxe. Una boxe che, come il ciclismo, ha scritto pagine indelebili nella storia e ha reso famosi personaggi indimenticabili, ma che non ha mai voluto ammettere di essere incapace di gestire la propria popolarità, l’affetto di milioni d’appassionati. C’è una frase che mi manda in bestia, ripetuta spesso dai protagonisti del pedale pizzicati con le mani nel sacco, ed è la seguente: "Sempre col ciclismo se la prendono. E i calciatori allora…?" Tentare di trascinare altre discipline nel fango e negare l’evidenza, ossia che Vandenbroucke e Pantani sono morti per un malessere psicologico endemico nel ciclismo causato anche dall’uso smodato di sostanze dopanti, sono state le uniche  timide reazioni  degli omertosissimi protagonisti per raddrizzare la baracca. E allora, con estremo dispiacere,  ribadisco che non m’importa più niente di questo sport e rinnovo il mio vaffanculo di parecchi anni or sono.