E’ cronaca di questi giorni: Andrè Agassi, che è uno dei pochi tennisti della storia ad aver conquistato tutti e quattro i tornei del Grande Slam e che appartiene alla personalissima Hall of Fame custodita gelosamente nel mio cuore (ma anche alla Hall of Fame meno importante, quella ufficiale) ha pubblicato la propria biografia. Fin qui nulla di strano, molti ex atleti lo fanno. Trovo invece strano che, come nel recente caso di Andrè, questi ex-campioni, nelle loro "opere", eccedano spesso in piccanti e tardive confessioni, forse allo scopo di combattere la malinconia di chi, avvezzo alle luci della ribalta, non si rassegna a vederle lentamente affievolirsi e rifiuta di prendere coscienza del fatto che  tocca a qualcun altro. O forse perchè semplicemente le montagne di quattrini guadagnate in carriera se le sono sputtanate al gioco o con qualche astuta donnina, oppure in investimenti scellerati. Insomma, questi ex-atleti riesumano il proprio passato mettendolo nero su bianco per nostalgia del bel tempo che fu o per monetizzare nuovamente e rifarsi. Difficilmente lo fanno per trarre soddisfazione dalla performance letteraria, in genere vengono supportati da qualche scribacchino di mestiere, e ancor più difficilmente lo fanno per amor di verità.

Ricco lo è ancora Andrè, a quanto si dice. E’ sposato con una ex supercampionessa anch’ella ricca, non esteticamente da buttare a dispetto di un naso che fa provincia,  moglie brava ed affettuosa che gli ha regalato una bella prole destinata a dominare il tennis mondiale degli anni ’10 sempre che l’ereditarietà genetica faccia il proprio dovere. Andrè fa parte di quella ristrettissima cerchia di esseri umani che, indugiando di fronte allo specchio al mattino, può tranquillamente esclamare "che razza di culo ho avuto nella vita." Però anch’egli, come molti altri, ha sentito il bisogno d’infangare il proprio passato e il mondo che l’ha reso ricco e famoso scrivendo dell’uso da lui fatto di metanfetamine, e di come l’ATP, scopertolo, gli comminò una sanzione ridicola. Racconta pure, per la serie chissenefrega,  di essere calvo sin da quando aveva vent’anni e della famosa chioma policroma che – unita all’indubbia classe – gli regalò fama planetaria, la qual chioma in realtà era un toupè talvolta tanto malfermo da costringere il tennista a disputare una finale del Grande Slam con il supporto del preventivo utilizzo di una spillatrice (chissà poi se è vero).

Stimavo quest’uomo, ora un pò meno. Il sospetto  è che tanta cacca su sè stesso e sul mondo a cui deve tanto nascondano l’obbiettivo di un uomo ricchissimo di diventare ancor più ricco.

Andrè, perchè non ti sei  purgato l’anima quando eri ancora  nel pieno della carriera?