Se per caso vi capitasse di assistere ad una di quelle interminabili partite di Beach-Tennis che ogni estate si disputano senza soluzione di continuità sulle “mie” spiagge (questo sport  è un’autentica religione da noi, ve ne parlerò in un post estivo semmai), certamente vi salterebbe all’occhio l’atmosfera di grande sportività che regna fra i concorrenti, sia che si tratti di partite ufficiali fra atleti tesserati sia di semplici sfide fra Beach-Tennis-Players della domenica (che sono comunque sempre forti, va detto che il livello medio è molto alto).

Nessuno si sogna di barare. Se una palla è out è out, se è dentro è dentro. Non occorre un arbitro, ci si fida ciecamente nonostante le rivalità siano molto accese. Addirittura, la culata delle culate, ossia la palla che si stampa sul nastro e  che, in virtù di bizzarri effetti, ci si arrampica in modo beffardo per poi tuffarsi  nel campo avversario regalando un punto immeritato, viene accolta dal  giocatore beneficiato  con ostentato dispiacere, quasi con disgusto. Tanto che, per tradizione, ogni buon Beach-Tennis-Palyer che si rispetti sa che in questi casi deve mormorare la formula “scusa scusa” (anche se in realtà l’impulso sarebbe quello di inginocchiarsi sulla sabbia e spippettarsi violentemente).

A me sta un po’ sulle palle ‘sta cosa, la trovo ipocrita: quando accade a mio vantaggio dentro di me godo immensamente guardandomi bene dall’esternarlo, e sono certo che sia la stessa cosa per gli avversari nella situazione opposta.

Insomma, la morale è: mi piacerebbe un sacco vincere il derby con una rete al novantacinquesimo grazie ad un rigore inventato, in seguito ad una gara nel corso della quale l’Inter colpisce ben 25 pali e sette traverse.

Nessuna ipocrisia, dobbiamo schiantarli anche fregando (che poi ne parlano fino al 2050).