Parte oggi una delle due rubriche quindicinali con cui vi accompagnerò nei mesi di giugno e luglio. Si chiamerà "Al cazzeggio estivo" e tratterà temi non attinenti al calcio riportando per lo più post tratti dal mio blog personale, ora chiuso. La finalità è quella di sfruttare questo periodo, solitamente piatto soprattutto per il Milan degli ultimi tempi, introducendo argomenti di cinema o musica o arte che possano stimolare discussioni interessanti, e vista la qualità e l'intelligenza dei frequentatori di questo blog sono certo che ne verrà fuori qualcosa di carino. L'altra rubrica, che partirà sabato prossimo, e che si alternerà con questa, si chiamerà "Mondiale e rossoneri dintorni" dove si parlerà del Mondiale appunto e di Milan, mercato (si spera), anche se questo immobilismo perdurante non lascia spazio a nessun ottimismo. Quo usque tandem abutere, Berlusconi, patientia nostra?


Nel Settecento in un villaggio irlandese inizia una di quelle tante parentesi di vita che a chi le vive danno l'impressione di essere migliori o peggiori di tante altre ma che il tempo rende uguali – o caro lettore – anche questo stesso scritto è apparentemente diverso da tanti altri ma è solo una pretenziosa e vanitosa illusione. Torniamo a Redmund Barry, ad un giovanotto irlandese le cui vicissitudini iniziano con la morte del padre in un duello, nella timidezza del non avere il coraggio di cercare un nastro, un nastro che la cugina Nora Brady aveva maliziosamente nascosto dentro la sua scollatura, nel suo ingenuo innamorarsi di lei fino al punto di volerle sottrarre un bel partito… pensate un capitano inglese con una rendita di ben 1500 sterline l'anno. Può forse il solo e puro amore coprire i debiti dello zio padre di Nora? Cosa se ne possono fare loro di un giovanotto disposto a sfidare a duello qualunque pretendente di Nora? Niente: ciò che conta è dimostrare al paese che la figlia si mariterà bene e far vedere che ella non ha di che ballare solo col cugino. Ah, come sarebbe stata diversa la vita di Barry se non avesse seguito i suoi sentimenti e si fosse chinato di fronte alle regole, o meglio di fronte a certi costumi, certamente non avrebbe sfidato in un duello truccato dai fratelli di Nora il capitano inglese per poi trovarsi a dover fuggire verso Dublino… ad essere subito derubato e ad arruolarsi nell'esercito inglese per partecipare alla guerra dei Sette Anni. E' un romanzo di Thackeray che ispira questo intenso film diretto e scritto da Kubrick e di cui non può non saltare all'occhio la perfezione della fotografia di Alcott. Ogni scena è curata nei minimi dettagli. Si passa dalla luce in ambienti aperti che ricorda i quadri di Constable e Turner, alla luce in ambienti chiusi che è solo quella delle candele e che per la scurità ricorda certi quadri di Caravaggio, o ancora la scena cui un Barry ormai inaridito da cinque anni di esercito e dalla durezza della vita incontra la donna che ha deciso di sposare perchè ricca: Lady Lindon. La scena si svolge su un terrazzino fuori da una sala da gioco d'azzardo dove i due si erano prima scambiati degli sguardi vuoti e meccanici, ricorda "Il Bacio" di Hayez ma ne riesce a svuotare tutto il romanticismo l'estraneo, perso, stanco, lento avvicinarsi delle labbra di Barry e Lady Lindon. E' il bacio che si fa rito disilluso e utilitaristico, è il bacio cosciente che qualunque cosa accadrà di loro due prima o poi finirà, che si sta per cominciare qualcosa che per certi versi farà comodo ad entrambi ma che un bel giorno non sarà più nient'altro che uno dei bei soprammobili di contorno della tenuta di Lady Lindon. E' il bacio fra un'opportunista e una donna non soddisfatta del proprio marito ridotto in carrozzella, non soddisfatta nè affettivamente nè ancor più sessualmente. Il bacio di Kubrick non è il bacio di Hayez, il bacio di Kubrick è già morto prima ancora che le labbra si tocchino. Ma la grandezza del libro ben tradotta nel film è che in realtà tutti sono già morti prima ancora di cominciare a fare qualsiasi azione. La prima parata dell'esercito inglese in cui il capitano che sposerà Nora ci viene presentato è una ridicola mostra di forza e potenza messa ancora di più alla berlina dalla pavidità e vigliaccheria mostrata dal capitano nel duello con Barry. Il primo scontro fra esercito inglese e francese scandito da una marcetta militare che ne rammenta la totale idiozia vede cadere soldati su soldati come burattini, si sostituiscono nelle prime file morti con vivi a ripetizione per conquistare un ridicolo boschetto. Lady Lindon spende la maggior parte del suo tempo a firmare assegni o  a stare sdraiata in vasca da bagno facendosi leggere dalle cameriere qualche libro in francese e poi, quando perderà il figlio avuto da Barry, si rifugerà nella religione non trovando ovviamente alcun conforto, come a dire: la ricchezza, i titoli nobiliari, l'importanza di un cognome sono nient'altro che il meno peggiore fra tutti i conforti ma solo perchè ti permettono di avere cibo e una casa ma non certo la vittoria contro la nausea dei sempre uguali passatempi, contro la noia delle giornate spese a disbrigarsi in tutte quelle cose che è giudicato conveniente e opportuno fare per una che ha un certo rango, contro la vita che non manca mai di ricordarti che è "fiera delle vanità" e "homo homini lupus", contro la morte che non  viene di colpo ma che ti assale e consuma giorno dopo giorno piegando ogni tua azione sotto il peso del "che senso ha?". Quando ci si avvicina a questo film e allo scrittore che lo ha ispirato bisogna prenderlo per quello che è, non bisogna storpiare o deviare la lugubre e tetra verità che lentamente ci vuole svelare, poi potete essere d'accordo o meno ma qui si dice in parole e immagini che non vi è alcuna illusione possibile nè alcuna via d'uscita.  Il minimo gesto benevolo o che segua i sentimenti più che l'istinto o la ragione viene cinicamente punito dalla realt, come Barry che alla fine sarà clemente in duello con il figlio di prime nozze di Lady Lindon, Bullington( il quale ne aveva intuito l'opportunismo e col quale vi erano stati contrasti fin da quando era piccolo); Barry è clemente e verrà ripagato perdendo la gamba. Vi è sottesa un'ottica darwinista, quella molto schietta del "chi si adatta sopravvive", non ci sono i bei finali di tanti filmacci che dipingono il "come vorremo fosse la realtà", anzi, il finale stesso con molta onestà intellettuale rende inutile il lavoro sia del regista che dello scrittore: "i suddetti personaggi vissero e disputarono sotto il regno di re Giorgio III, buoni o cattivi, belli o brutti, ricchi o poveri, ora loro sono tutti uguali". Ecco cosa resta delle vite e di tante peripezie, anche della vita più avventurosa, di chi è di alto rango qualunque cosa si voglia intendere con questo termine o di chi fa l'elemosina, ora, a distanza di trecento anni non vi è alcuna differenza fra di loro; certo, qualcuno potrà essere ricordato più di altri ma la fine uguale di tutti ci rende uguali. Non vi è alcuna presunta e beffarda superiorità di cui pavoneggiarsi. Questo dice l'opera. Dice che un amore finito diventa una rendita di cinquecento ghinee l'anno su cui soffermarsi solo qualche istante per capire se ne è valsa la pena (e così farà Lady Lindon), così come uno potrebbe soffermarsi sulle poche righe di una lapide che descrivono un'intera vita, una di uno qualsiasi. Il messaggio è forte ma troppo spesso quando si interpreta un'opera si cela con falsità ciò che fa paura cercando di depotenziarne la devianza.

Epilogo: in perfetta linea Thackeray – Kubrick sia chiaro che il suddetto post bello o brutto che sia è totalmente inutile.