Non sto cominciando ad essere ossessionato dai gobbi, giuro, sebbene ultimamente trovi deliranti certe bislacche  difese ad oltranza di indifendibili cascatori e richieste di riassegnazioni di scudetti,  per non parlare dei patetici tentativi di riabilitazione  di ex dirigenti pescati con le mani nella marmellata soltanto quattro anni or sono.

Tuttavia è vero, due post consecutivi non glieli avevo mai dedicati a quelli là – o perlomeno non ricordo di averlo mai fatto -, ma ripeto, non si tratta di ossessione. E' soltanto che sabato prossimo li affronteremo, ed è umano averli in testa. Specie perché, secondo la mia generazione, storicamente, la piaga per eccellenza è sempre stata la Juve, mentre l'Inter non è stata niente di più che una brutta eruzione cutanea, recidiva, ma sempre guaribile in tempi accettabili. Anche se, è  bene precisarlo, la petulante, piagnona, ipocrita, arrogante Inter morattiana, specie negli anni post-Calciopoli, è stata qualcosa di veramente insopportabile.

La Juventus di oggi, come società,  è frizzante, viva. Ancora in fase work in progress ma, a differenza di un Milan attualmente più forte come squadra ma dal futuro più incerto come società (a meno di un improvviso cambio di mentalità),  ha  agito  ed agisce secondo un disegno chiaro e logico. Talvolta incappando in qualche buco nell'acqua  e facendo figure di merda a livello d'immagine (ma credo che l'Agnelli stia tentando d'ingraziarsi la piazza),  però prima o poi, a forza d'insistere e grazie ad un DG in gamba, la quadratura del cerchio verrà trovata, dopodiché saranno problemi per tutti.  Da non trascurare peraltro la costruzione dello stadio di proprietà, nel quale la Juve giocherà in tempi brevi, prima società in Italia a piantarla con le chiacchiere e passare ai fatti.

Insomma, siamo di fronte ad una società che si muove in funzione di risultati  sportivi  propri, e non dell'immagine e degli interessi di un singolo personaggio. Una società che ha avuto il coraggio di liberarsi di anziani campioni a cui doveva molto, ma da cui ormai avrebbe potuto ricevere ben poco. 

Della vecchia guardia, quella lippiana, quella plurititolata e abbondantemente sazia, sono rimasti soltanto in due. Il lungodegente Buffon e Capitan Plin Plin. Per quest'ultimo è doveroso un discorso a parte.

Capitan Plin Plin è un uomo che non sopporto. A pelle, ma non soltanto.

A parte l'urticante pubblicità dell'uccellino che agevola appunto il plin plin, trovo odiosa anche quell'aria un pò così, da finto buono, quel sorrisetto astuto da bravo ragazzo pronto a mettertelo nel culo alla prima occasione; a questo proposito chiedere ad esempio a Ranieri, Dechamps, all'ex amico e compagno di tante battaglie Ferrara, tutti giubilati prematuramente ed in  modo strano dopo aver osato posizionare il potente Capitano troppo spesso dove negli ultimi cinque-sei anni più gli compete, ossia in panca. 

Di lui trovo pure sgradevole lo stridente contrasto fra la gracilità degli esordi in serie A e l'improvvisa, sospetta ipertrofia muscolare esplosa ad un certo punto della carriera.

E non reggo quel modo tutto suo d'esultare dopo un gol, con quella cazzo di linguaccia fuori di una spanna dalla bocca (sono quindici anni che auspico uno scivolone che faccia finalmente giustizia).

Infine, come se non bastasse, Capitan Plin Plin, il suo talento – indubbio, enorme benché a mio avviso sopravvalutato – l'ha  messo esclusivamente al servizio dell'odiata Juve, mentre nella mia amata Nazionale ha sempre trovato il modo di far cagare.

E c'è da dire che difficilmente me ne libererò a fine carriera. Dovrò rassegnarmi a vederlo rilasciare dichiarazioni  a compiacenti cronisti anche dopo che avrà appeso gli scarpini al chiodo: un giorno quest'uomo diventerà un importante dirigente juventino per proseguire la strada a suo tempo intrapresa da Roberto Bettega, altro grande campione gobbo del passato dotato della stessa innata simpatia.

Comunque, al di là delle mie antipatie personali, l'importante per sabato prossimo sarà per prima cosa battere i gobbi, e secondariamente non vedere quella disgustosa appendice fuoriuscire da quella bocca. Non chiedo tanto, dopotutto.