In attesa del ritorno a casa dei futuri trionfatori in Coppa Dell'Amicizia (che figata: sono stati loro ad inventare questa definizione-boomerang), ieri sera ho visionato con attenzione (per modo di dire, la morosa faceva un casino d'inferno addobbando l'albero di Natale) la prova della nostra ex unica più immediata inseguitrice (la Lazio) in casa della squadra che io considero (dopo i futuri trionfatori ecc. ecc.) la nostra più credibile rivale per la conquista dello scudo.

Premetto che questo Milan concreto e spietato, a tratti anche bello, che si porta in vantaggio nei primi minuti di gioco grazie alla forza d'urto e alla classe di alcuni suoi elementi, è un qualcosa che attendevo da anni. Insomma, questo Milan mi piace. Mi fido di lui. Per cui, pur rispettando tutti,  non ho paura di nessuno.

Tuttavia i gobbi mi inquietano. L'inquietudine causata dai gobbi è senz'altro qualcosa che noi cacciaviti nati negli anni sessanta ci portiamo dentro a causa delle continue scoppole rifilateci da loro durante l'infanzia e  l'adolescenza (periodi delicati e decisivi per la formazione della persona, ma anche del tifoso). Ma non si tratta soltanto di questo, di un fatto psicologico intendo. C'è altro.

C'è che questa Juve ha lavorato bene. Sebbene l'abbia fatto per il futuro,  e si trovi ancora – per stessa ammissione di qualche suo giocatore –  lontana in quanto a talento rispetto a noi,  è lì. Non ha fuoriclasse in squadra, eppure è lì. Spesso arranca, fa una fatica d'inferno, ma è lì.

A sei punti. Fra le palle. Come sempre.

Come quando ero bambino, quando era sufficiente che Boniperti  comprasse undici pipponi, li vestisse di bianconero e quelli automaticamente si trasformavano in fenomeni e vincevano due o tre scudi di fila (ho estremizzato un pò il concetto, ma il ricordo di traumi infantili/adolescenziali talvolta fa smarrire la misura delle cose).

Scrolliamoceli di dosso al più presto, non li voglio così vicini, ho diritto ad un pò di serenità.

E poi si sa, puzzano…