Non posso non fare i complimenti al mitico Dan per il vittorioso esordio alla guida dell'Armani Jeans Milano. Un pò in ritardo, in mezzo a due partite del Milan, ma non posso non farlo. Non io.

Dan Peterson per me è numero uno (lo cito). Non fui d'accordo quando l'omino dell'Illinois cessò prematuramente l'attività di allenatore molto tempo fa,  perché secondo me avrebbe potuto fare ancora molto nel (e per il) basket italiano. E ad istinto non mi piace il suo ritorno in panca dopo venticinque anni dall'ultima volta. Non so spiegare con precisione perché non mi piaccia questo ritorno, suppongo si tratti di quell'egoistico moto di protezione che sono solito provare per talune leggende dello sport, nel senso che non vorrei mai che esse si esponessero a figure barbine dopo essere state in cima alle mie personalissime classifiche di gradimento di quando ero bimbo /adolescente/ragazzo.

Ad ogni modo, per fortuna, la prima è andata bene al mitico Dan. E poi insomma diciamolo: uno, a 75 anni, se sta bene di salute ed è presente con la testa, ha tutto il diritto di fare che cazzo gli pare.

D'altronde, in tutti questi anni, mi sono goduto le sue meravigliose telecronache, i suoi "mamma butta la pasta", i suoi indimenticabili "gancio cielo" per definire il gesto tecnico preferito da Kareem Abdul Jabbar, le sue analisi tecniche sempre competenti ed originali. Per cui, il mio caro vecchio Dan, in fondo non l'ho mai perso di vista.

Ai tempi in cui allenava l'Olimpia Milano sponsorizzata Billy, Peterson venne nella mia città per tenere una specie di lezione dimostrativa sui suoi metodi, a beneficio dei giovani aspiranti allenatori locali. Sarà stato grossomodo l'inizio degli anni ottanta, sempre che la memoria non m'inganni. Come  dimostratori  vennero scelti i ragazzini della squadra cadetti (adesso francamente non so se la categoria abbia ancora questo nome), la cui stella più luminosa era guarda caso il sottoscritto.

Okay, non è vero niente. Che io fossi la stella di quella squadra intendo.  Col mio metro e ottantasei dell'epoca ero soltanto il più alto, e già questo dà l'idea di che razza di "giganti" pullulassero in quel roster. E' vero che  ero veloce e saltavo come un grillo, che avevo un tiro in sospensione micidiale grazie alla buona esecuzione dell'oggigiorno in disuso palleggio-arresto, ma è altrettanto vero che il gioco di squadra era per me una sorta di bestemmia, e che non avevo voglia di fare un cazzo, né in allenamento né soprattutto in partita, perlomeno in difesa: per ogni punto che realizzavo in attacco, gli avversari che finivano sotto la mia custodia (si fa per dire) ne ralizzavano almeno il triplo. Inoltre era sufficiente che il mio avversario diretto mi sussurrasse all'orecchio le minacce di prammatica (sì insomma, "ti spezzo, ti rompo, t'inchiappetto" e via dicendo) affinché sparissi completamente dalla partita. Il classico giocatore che tutti gli allenatori di basket (e non solo) non vorrebbero mai allenare.

Dan ci fece un mazzo tanto. Addominali, flessioni, tanta corsa. E quando ci vedeva con la lingua a penzoloni ci faceva sentire delle merdine dicendo che per Mike D'Antoni (all'epoca suo playmaker e uomo squadra) e compagnia, quello era soltanto un piccolo, ridicolo riscaldamento. Ed i giovani allenatori o aspiranti tali presenti in tribuna osservavano attentamente, buttando giù appunti su appunti, in totale adorazione, ascoltando a bocca semiaperta, come rapiti da ogni singola virgola pronunciata in buffo italiano dall'ancor più buffa voce nasale di quell'ometto in tuta da ginnastica.

Il ritorno di Dan sulla panca dell'Olimpia, benché io come detto non l'approvi, mi ha commosso. Mi ha riportato alla mente quel pomeriggio di una vita fa.

Quel giorno, a noi giovanissimi dimostratori tremavano le gambe per l'emozione, di conseguenza incappammo anche in figure di merda involontarie.

Io ad esempio mancai clamorosamente una presa e beccai una tremenda pallonata sul naso che mi fece stramazzare a terra come un sacco di patate, kappaò, col sangue che si riversava a fiumi sul parquet. Mentre ero disteso supino mezzo rincoglionito, ricordo come se fosse ora una voce che, giuro, in quel momento parve echeggiare da distanza siderale: era quella di Dan, il quale mi stava invitando a rialzarmi e piantarla con le manfrine, ché "non c'é nulla di strano prendersi una palla  da basket in pieno naso mentre si gioca appunto a basket."

Poi toccò al nostro playmaker il quale, durante la dimostrazione di un elementare "pick and roll", avendo indossato slip troppo lenti e pantaloncini troppo corti, finì col mostrare al pubblico, composto anche da numerose esponenti del gentil sesso, le palle nel senso letterale del termine, fra gli inviti del divertito Dan a riporre la mercanzia  e l'assordante scoppio d'ilarità generale.

Insomma, quella squadra, invero insignificante, grazie a Dan è rimasta nella storia del basket della città, anche se non esattamente per meriti sportivi.

Troppo complicato riassumere tutto ciò che provo per Dan nell'angusto spazio di un post. Semplicemente lui era ed è un mito per tutti gli appassionati, nessuno escluso. Anche per me che simpatizzo Varese.

In bocca al lupo, coach.