Il suo tifo per la Viola nacque per caso, per futili motivi, scorgendo una foto della squadra su una rivista di calcio di fine anni settanta, mi pare si trattasse del Guerin Sportivo. "Bella maglia, bel colore! Tifo per loro" disse.

Ciascuno nella nostra compagnia aveva fatto la propria scelta in base ai  motivi più disparati: lo juventino  perché, come ogni juventino che si rispettasse,  amava vincere facile; i torinisti semplicemente per il gusto di rompere le palle al tracotante strapotere gobbo (all'epoca il Torino, per la Juve, era una fastidiosissima bestia nera); l'interista perché un compagno di classe prepotente lo prese a cazzotti finché, tra le lacrime, venne costretto a sposare la causa neroazzurra (la prova lacrime, per loro, deve essere una sorta d'esame d'idoneità); io diventai milanista perché mi convinse per sfinimento un cugino (inteso come consaguineo) ed il vicino di casa (inteso come vicino di casa), ma del Milan sapevo poco o nulla e accondiscesi soltanto per accontentare quei due fanatici rompiscatole.

Egli scelse la Fiorentina perché gli piaceva il colore della maglia. Sic et simpliciter. Un motivo come un altro, tutto sommato. Allora ci ridevamo sopra e lo prendevamo regolarmente per il culo, ma a ben pensarci  non esiste una ragione buona o cattiva per scegliersi una squadra di calcio. Ricordo la sua adorazione nei riguardi del Capitano per antonomasia Giancarlo Antognoni, e per  il truce Daniel Passarella. "Cazzo, che gran bastardo…" soleva dire con evidente affetto e malcelato orgoglio. Inoltre ne rammento il sorriso forzato accompagnato da un sibilante "vaffanculo" allorché ebbi a definire la Viola come "la Cantera del Milan", per via del Berlusca che, da fresco proprietario rossonero, aveva cominciato la sua avventura col botto, prelevando dalla talentuosa rosa fiorentina i gioielli Giovanni Galli e Daniele Massaro.

Ricordo anche la sua cameretta. Una scrivania, un sacco di libri, i dischi in vinile, lo stereo, tutte cose che si sarebbero potute vedere in qualsiasi cameretta di un qualsiasi studente universitario iscritto a giurisprudenza verso la seconda metà degli anni ottanta. Era tutto molto ordinato. Di particolare c'era che sulla parete campeggiava un gigantesco poster della Fiorentina, e dall'attaccapanni penzolava qualche sciarpa viola.

Nei primi anni '90, la leucemia, diagnosticatagli otto anni prima quando era appena  diciottenne, maledetta malattia che fino ad allora era stata una Spada Di Damocle benché per fortuna avesse  condizionato  relativamente poco lo svolgimento della sua vita durante quel lungo lasso di tempo, decise che fosse giunta l'ora di concludere la lunga battaglia e, fra le lacrime di tutti noi, di vincerla.

Qualcuno mi ha detto che a tutt'oggi la sua cameretta è esattamente come vent'anni fa. Lì, il tempo sembra essersi arrestato. Ci sono ancora i libri, l'obsoleto stereo, i dischi in vinile, il poster della squadra e le sciarpe penzolanti dall'attaccapanni, tutto esattamente allo stesso posto. L'anziana madre ha lasciato  ogni cosa come allora, azzardando soltanto una dolorosa spolverata di tanto in tanto, in punta di piedi per non disturbare.

Domenica tiferò accanitamente contro la Viola.  Ho uno scudo da vincere e sono certo che, da tifoso appassionato  qual era, se ci fosse ancora egli mi capirebbe. E mi perdonerebbe.