La Roma, come squadra di calcio, non mi dispiace. Storicamente dico. E’ una di quelle squadre che, pur essendone quasi sempre uscita con le ossa rotte, ha spesso e volentieri tentato – talvolta pure riuscendovi – di mettere i bastoni fra le ruote a società che, per tradizione, noi cacciaviti odiamo profondamente. Qualche presidente romanista mi è stato pure assai simpatico. Tipo Dino Viola, quello che, dopo essere stato grassato  di uno scudo a beneficio della Juve (toh, che combinazione) a causa di un evidente non-fuorigioco trasformato in fuorigioco, una volta ebbe a dire sibillino che il calcio è nient’altro che una questione di centimetri; oppure tipo Franco Sensi il quale, per puro amore della squadra (o almeno così si dice), costruì grandi formazioni esponendo il patrimonio personale a gravissimi rischi.

La Roma non è una cosiddetta  grande del calcio italiano, ma quasi. La piazzo diciamo in seconda fascia rispetto alle corazzate Juventus, Milan e Inter; in compagnia che so, di Fiorentina, Lazio, Napoli e…  la butto lì, magari sbaglio: Udinese? Per storia e tradizione inserirei pure Bologna e Torino se tuttavia negli ultimi decenni queste due società non si fossero così tanto ridimensionate; ma insomma, il concetto penso sia stato compreso.

La Roma ha annoverato fra le proprie fila grandi campioni: Ancelotti, Falcao (o meglio: Farcao), Bruno Conti, Cerezo, Francesco Totti.

Già, Francesco Totti; questo giocatore merita due righe a parte. Er Pupone è un fuoriclasse assoluto. Un’amica (milanista) mi ha recentemente  confessato che talvolta impone al marito di indossare la numero 10 giallorossa e che – mettiamola così – in quelle occasioni il marito (un interista che ha chiamato il proprio cane Mou: si potrà?) non ha da pentirsene (cazzo, l’avessi saputo qualche tempo fa). Ma a parte questo, al netto di taluni atteggiamenti del personaggio, Francesco Totti è uno che – malgrado la sua indiscutibile “romanistità” – possiede un talento che appartiene a tutti coloro che amano questo meraviglioso sport, nessuno escluso (forse i bauscioni, che odiano e disprezzano tutto ciò che non puzza di neroazzurro, ma appunto, si tratta di loro).

La Roma attuale è di proprietà statunitense, o almeno così si dice – francamente non ho ho ben compreso chi ne sia in realtà il proprietario. L’ho vista giocare qualche volta, e mi è sembrata una buona squadra. Giovane, brillante, frutto di un progetto simile a quello promesso a noi da Silvietto recentemente; un tipo di progetto a me gradito, come ho scritto più volte.

No so bene chi sia il proprietario della Roma ma so chi ne è l’allenatore, e ci mancherebbe altro. Zdenek Zeman è, con alterne fortune, sulla breccia da decenni; lo stimo come persona per il modo di porsi nei confronti dei media (sornione, ironico, apparentemente sempre sincero) e per le memorabili scudisciate ai danni della Juventus, e riconosco che come allenatore ha sempre offerto un prodotto che, per gli amanti dello spettacolo a tutti i costi, potrebbe anche essere considerato divertente e piacevole a vedersi.  Ma a me, capelliano di ferro, il tecnico Zdenek Zeman ha sempre fatto cagare. A spruzzo, se mi si consente la finezza linguistica. Un calcio spumeggiante che non vince una mazza a me non piace, mentre quello noioso, solido e concreto – alla Mourinho per intenderci –  mi fa godere come un riccio, non so che farci.

Questo tuttavia non esclude che la Roma di Zeman, sabato prossimo, possa farci un culo così. Lo preciso perché poi, in caso di scoppola, non arrivi qualche spiritosone di utente storico a rinfacciarmi di avere preso per il culo il Grande Mago Boemo. Per carità, la Roma di Zeman può vincere contro chiunque, figuriamoci se non è in grado di vincere contro di noi.

Vedremo.

Io ho smesso tre anni e mezzo fa. Non c’entra niente ma ci tenevo a dirlo.